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Venerdì, 13 Feb 2026

altSenza troppo clamore, come si addice a persone che lavorano sodo e in silenzio, il giorno 7 marzo scorso, una scienziata italiana conosciuta negli ambienti della ricerca come una delle più rinomate oceanografe nella scena internazionale, Nadia Pinardi, si trovava al Quirinale per ricevere dalle mani del neopresidente Sergio Mattarella la Commenda della Repubblica.

Una scelta non casuale, quella del Presidente della Repubblica, che ha voluto così rendere omaggio a una vita di studi e di scoperte nel campo dell’oceanografia operativa.

La prima domanda che rivolgiamo alla scienziata Nadia Pinardi è di spiegarci il significato di quell'attributo operativo che segue un campo di ricerche riguardante gli oceani.

L’oceanografia e’ una scienza giovane e ha seguito uno sviluppo analogo a quello delle scienze atmosferiche che ormai usano i modelli di previsione del tempo e degli scenari climatici come metodologia di studio del complesso sistema terrestre, dalle componenti fisiche a quelle di ecosistema.

L’aggettivo operativo fa riferimento al fatto che la modellistica oceanografica ha ora raggiunto un livello di maturità che le permette di fare le previsioni del tempo del mare e avere un sistema osservativo in tempo reale che permette di valutare la qualità dei modelli in modo operativo.

E’ dai dati di questi modelli, uniti alle osservazioni, che nasce la nuova comprensione della dinamica degli oceani, come successe per la meteorologia cinquanta anni fa.

Un risultato di grande prestigio ed utilità internazionale conseguito da Nadia Pinardi è quello relativo al "Servizio di previsioni del tempo del mare". Quando è nata questa idea e come si è concretizzata, non solo in Italia, ma anche in altri Paesi che l'hanno prontamente adottata?

La scienza delle previsioni oceaniche è nata agli inizi degli anni ottanta, ad Harvard e Monterey (US), e coincidenza ha voluto che io facessi la tesi di dottorato ad Harvard nel gruppo che ha pensato e realizzato le prime previsioni del tempo del mare. E’ stato un periodo intenso, di grandi scoperte sulla turbolenza degli oceani unito ad uno spirito di messa in pratica delle conoscenze mai avvenuto prima in oceanografia.

La sua carriera  è iniziata a Bologna con gli insegnamenti del prof. Giampiero Puppi, grande maestro per due generazioni di fisici e di geofisici; quindi è passata ad Harvard. Quali motivazioni l'hanno indotta a ritornare in Italia, in controtendenza rispetto a molti altri cervelli che lasciano il nostro Paese alla ricerca di migliori condizioni di studio?

Le motivazioni sono complesse, ma io e mio marito pensavamo seriamente che si potesse lavorare anche qui in Italia, e devo dire che è stato vero, possibile fino ad oggi. L’unica cosa è quella di non aspettarsi che il lavoro fatto corrisponda ad una ‘carriera’, questo è ancora impossibile, i fondi sono troppo pochi e gli elementi di innovazione difficili da inserire all’Università, meglio negli Istituti di ricerca.

Ma è sempre stato così, anche nel seicento una Università come quella di Bologna, eccellente sul piano teorico, era estremamente conservatrice nelle tematiche trattate e i metodi.

Purtroppo credo che si sia arrivati ad un limite: l’Italia non riesce a fare ‘massa critica’, si sgretola molto facilmente proprio nel momento in cui potrebbe fare crescere qualche cosa di grande e unico.

Nella scienza di oggi non è sufficiente la volontà di una persona, ad un certo punto è necessario che anche l’infrastruttura si coordini in maniera adeguata.

Nel corso della sua carriera si è occupata anche di dinamica dei fluidi, di cambiamenti climatici e finanche di fertilizzazione degli oceani nel tentativo di abbattere i livelli sempre crescenti di CO2 in atmosfera. Quali ricerche bollono nella pentola di Nadia Pinardi per i prossimi anni?

Nei prossimi anni cercherò di fare crescere due attività, che sembrano all’opposto ma che sono alla base di un possibile grande sviluppo socio-economico e fondamentale allo stesso tempo nel campo delle scienze della terra:

1) contribuire all’applicazione dei nuovi dati dell’oceanografia operativa alle iniziative di riduzione del rischi naturali e dei disastri così da verificare sempre meglio l’attendibilità del sistema osservativo e dei modelli numerici di previsione;

2) allargare lo spettro degli studi fondamentali sulla dinamica dei fluidi geofisici usando le ricostruzioni del clima degli oceani, le uniche che possono veramente ‘risolvere’ le scale spazio-temporali della dinamica e quindi spiegare come l’oceano si accoppia con l’atmosfera.

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