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Lunedì, 24 Ago 2026

Educazione Siberiana, di Gabriele Salvatores, con John Malkovich, Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Peter Stormare, durata 110’, nelle sale dal 28 febbraio distribuito da 01 Distribuition

di Luca Marchetti

Alla luce dei livelli qualitativi del cinema italiano attuale, Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores era, sulla carta, un’occasione che non si doveva mancare a nessun costo. Molte volte, infatti, si è fatto un gran parlare della mancanza di idee originali e di coraggio dei nostri produttori, terrorizzati dall’eventualità di offrire al proprio pubblico qualcosa di nuovo. In quest’ottica, quindi, la notizia che Cattleya (la stessa casa produttrice che ha beneficiato del successo del fenomeno Romanzo Criminale) aveva deciso di portare sul grande schermo il romanzo d’esordio del tatuatore russo Nicolai Lilin era sicuramente eccitante. Se poi si aggiungeva la decisione di affidare questo progetto alla mano capace di un regista dalla mentalità internazionale come Gabriele Salvatores, le aspettative non potevano che crescere a dismisura. Purtroppo, e costa tanto dirlo, questo progetto non ha funzionato come doveva.

Il materiale originale è sicuramente molto cinematografico. La storia, infatti, si concentra su una particolare comunità di criminali siberiani che, governata da un rigido e secolare sistema di regole, deve sopravvivere nella caotica e violenta Russia dei primi anni post-sovietici. L’educazione del titolo, dunque, è quella che il duro Nonno Kuzja, guida morale della comunità, impartisce al giovane Kolima per permettergli di entrare nel mondo adulto ed essere “un onesto criminale”.

Purtroppo la sceneggiatura poco ispirata (per usare un eufemismo) di due venerati maestri come Stefano Rulli e Sandro Petraglia (autori, tra le altre pellicole, di La meglio gioventù, Romanzo di una strage e Mio fratello è figlio unico) mortifica tutti gli spunti narrativi del romanzo. A discolpa dei due sceneggiatori, va detto che il libro di Lilin non è propriamente una storia di senso compiuto quanto, piuttosto, un affascinante flusso di coscienza dove l’autore ricorda, in modo concitato, la sua infanzia e il suo popolo.

Gli autori, dunque, sono stati quasi costretti a inventare il tragico triangolo amoroso tra il protagonista Kolima, l’amico-nemico Gagarin e la bellissima e folle Xenya per avere una base narrativa su cui appoggiare il film. Questa scelta, però, per l’assoluta mancanza di originalità della vicenda (e per una serie continua di dialoghi imbarazzanti) non ha alcuna presa sullo spettatore e anzi riesce, in molte scene, a respingerlo. Lo script, inoltre, ha anche l’ulteriore demerito di appesantire la regia di Salvatores che, in più di un’occasione, dimostra di essere la persona giusta al momento giusto (decisamente intrigante il suo sguardo sullo squallore della nuova Russia liberista e la ricostruzione del villaggio siberiano). Un altro “peccato capitale”, poi, è quello di vedere come il tema del tatuaggio, centrale nel libro, sia trattato con colpevole superficialità, come se si fosse avuto paura di guardare al meraviglioso La promessa dell’assassino di David Cronenberg.

Poco convincente è, infine,  anche il cast internazionale. I tanti interessanti attori esordienti della pellicola (i due protagonisti Arnas Fedaravicius e Vilius Tumalavicius, su tutti) si impegnano moltissimo per conquistare le simpatie del pubblico ma, per colpa soprattutto di un doppiaggio ingombrante, falliscono miseramente. Perfino il bravo John Malkovich, nei panni del nonno-maestro, pur facendo sfoggio del suo innegabile talento, in alcune scene sembra quasi recitare contro voglia, come se fosse poco convinto del proprio coinvolgimento in questa pellicola. Sulla performance, tutta sopra le righe, di Peter Stormare (il nichilista de Il grande Lebowsky) meglio calare un velo pietoso.

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