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Lunedì, 24 Ago 2026

Solo Dio perdona – Only God Forgives di Nicolas Winding Refn , con Ryan Gosling, Kristin Scott Thomas, Vithaya Pansringarm, Gordon Brown, Tom Burke, Sahajak Boonthanakit , durata  90’, nelle sale dal 30 maggio 2013 distribution da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Nel 2010 molti rimasero fulminati dopo la visione di Drive, primo film “hollywoodiano” del talentuoso regista danese Nicolas Winding Refn. Il giovane autore, infatti, veniva da una carriera ricca di film estremamente coraggiosi (in particolare dal punto di vista registico) ma assai ostici per un vasto pubblico internazionale.

Insomma, una ricetta perfetta per diventare il pupillo di una nicchia ristretta di cinefili integralisti. Fu uno shock positivo, quindi, scoprire che il creatore di gioielli indigesti come Bronson e Vahalla Rising potesse destreggiarsi con grande efficacia in un contesto mainstream, facendo convivere la propria natura di artista indipendente e l’esigenza alla commerciabilità in una sola pellicola.

Drive, dunque, sin dalla prima visione, si rivelava un film sconvolgente, dove violenza e amore si fondevano in un’unica, riuscita, opera d’arte. Con aspettative così, era naturale che tutti noi aspettassimo Refn al varco della nuova opera, eccitati dalla collaborazione con la sua “musa” Ryan Gosling e da una strategia pubblicitaria che prometteva fuochi d’artificio emotivi.

Ebbene, con profonda tristezza, dobbiamo annunciare che questo Solo Dio Comanda è, invece, un’atroce delusione. Sia chiaro, non stiamo parlando di un tradimento ideologico. La pellicola, infatti, pur con i suoi evidenti limiti, è assolutamente coerente con tutti i lavori del regista pre-exploit di Drive.

Anche in questo, come nei precedenti film, infatti, più che alla narrazione fluida e alle interpretazioni degli attori, ottimi, coinvolti, Refn punta al manierismo visivo, all’eccellente esasperazione fotografica e all’integralismo cromatico, tutti dogmi utili solo per mettere in scena una serie disordinata di metafore confuse e simbolismi approssimativi. Dove sono finite la poesia estrema e l’adrenalina mozzafiato di tre anni fa? Purtroppo non riusciamo a trovare nessuna risposta, forse ancora intontiti dalla noia e dalla supponenza di questi infiniti novanta minuti di pellicola (non a caso accolto da rumorosi fischi all’ultimo festival di Cannes).

La prima sensazione, una volta visto Solo Dio Comanda, è quella che Refn faccia tutto ciò con un’attenta cognizione di causa. Se ci permettete un audace paragone politico, sembra quasi che l’autore danese, un po’ come Beppe Grillo, forse terrorizzato da un successo troppo ecumenico, voglia fare di tutto per respingere il proprio pubblico più “moderato” e mantenere vicino a sé solo i seguaci più fedeli e radicali. Questa è, sinceramente, l’unica soluzione sensata che abbiamo trovato, altrimenti non si spiega la folle determinazione di tornare al proprio passato.

Non dimentichiamo, poi, il crimine di non sfruttare attori magnifici come Ryan Gosling e Kristin Scott Thomas, perfetti nei loro ruoli, ma lasciati a se stessi per tutta la durata del film (non citiamo i terribili scambi di battute cui sono costretti). L’unica nota lieta è la scoperta dello sconosciuto attore thailandese Vithaya Pansringarm, dalla presenza scenica indimenticabile. Purtroppo questa è veramente una piccola e inaccettabile consolazione.

Non resta che aspettare la prossima avventura di Refn per capire dove voglia portare la propria carriera. E se ancora vale la pena seguirlo su quella strada.

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