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“L’uomo d’acciaio” di Zack Snyder, con Henry Cavill, Michael Shannon, Amy Adams, Kevin Costner, Diane Lane, Russell Crowe; durata 144’, nelle sale dal 20 giugno 2013, distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Da quando, nel 1978, Richard Donner (diventato, poi, un maestro del cinema d’azione) portò sullo schermo Superman, con uno sconosciuto Christopher Reeve come protagonista (e un Gene Hackman nei panni della nemesi Lex Luthor), molti hanno provato a costruire intorno al supereroe per eccellenza una storia degna della sua statura.

Negli ultimi trentacinque anni, i tentativi su questa strada sono stati fallimentari. Basti ricordare i progetti naufragati di Tim Burton e la recente, triste, esperienza di Bryan Singer (autore di X-Men e de I soliti sospetti), con lo zoppicante e dimenticabile Superman Returns, per avere chiare quali erano le difficoltà dell’operazione rilancio.

La Warner, però, orfana di tante fruttifere saghe arrivate alla loro conclusione, ha voluto dare una nuova possibilità a questo franchise (potenzialmente ricchissimo) e ha pensato bene di affidarsi a Christopher Nolan, suo personale Re Mida.

Il regista inglese, artefice del successo commerciale e dell’affermazione artistica della nuova trilogia su Batman (altro supereroe classico), era senza dubbio la persona giusta al momento giusto.

Dopo essersi ritagliato il ruolo di produttore esecutivo e aver puntato su solide sicurezze (la sceneggiatura del suo fedele David S. Goyer, già autore dei tre film sul Cavaliere oscuro) e scommesse più azzardate (il regista Zack Snyder, famoso sia per la sua incredibile forza visiva, sia per l’incapacità di narrare storie complesse e stratificate), Nolan ha deciso di partire da una semplice domanda: nel mondo dei social network e della globalizzazione della rete, come si può rendere verosimile l’epifania di un super uomo? E' proprio in questo quesito che si concentra il senso ultimo de L’uomo d’acciaio.

Per prima cosa, il Clark Kent della coppia Goyer- Nolan (interpretato da Henry Cavill) non è già un’icona ma un giovane uomo ancora incosciente dei propri poteri e delle proprie responsabilità, schiacciato dalle lezioni morali paterne e terrorizzato dalla risposta che l’umanità potrebbe dare una volta scoperta la sua esistenza. Partendo da questa complessa psicologia personale e da un profondo senso di emarginazione, la crescita interiore di Superman assume un valore importante e si partecipa emotivamente alla sua decisione di assumersi la missione di proteggere la Terra.

Da questo punto di vista i tantissimi riferimenti cristologici non sono lanciati a caso piuttosto contribuiscono ad arricchire il senso di plausibilità della vicenda. E proprio nell’affidarsi completamente a una figura divina, unica capace di salvarci, che si avverte la grande rottura concettuale con i precedenti nolaniani di Batman dove, invece, c’era sempre un’enorme fiducia nell’umanità e nei suoi mezzi.

In questa svolta provvidenziale, quasi (concedetelo) manzoniana, risiede il cuore di un film come L’uomo d’acciaio, capace di non essere solo un blockbuster dal consumo di massa.

Anche dal punto di vista visivo, poi, la pellicola raggiunge interessanti vette artistiche. Snyder, forse perché sollevato dalle incombenze narrative, esprime tutta la sua indubbia capacità di girare e, aiutato da lavoro del direttore della fotografia Amir Mokri, rende la pellicola, anche visivamente, un’esperienza dall’impatto destabilizzante. I combattimenti mozzafiato, le scene di volo, i flashback nei campi di grano del Kansas (dove possiamo ammirare un grande Kevin Costner), tutto è funzionale alla riuscita totale del ritorno di Superman.

Certo, il film non è privo di difetti come alcune ingenuità di sceneggiatura (specie nei dialoghi), la durata eccessiva e la ripetitività degli interventi salvifici dell’eroe (però qui torniamo sempre sul carattere messianico del protagonista) ma anche con questi piccoli nei non si può dire che L’uomo d’acciaio non sia un’opera ambiziosa e importante, soprattutto se considerata un semplice kolossal.

Se tutte le mega-produzioni avessero  questa profondità e fossero realizzate con questa attenzione, sarebbe un mondo (cinematografico) perfetto.

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