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Mercoledì, 10 Giu 2026

“Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza”, di Roy Andersson, con  Holger Andersson, Nisse Vestblom, Lotti Törnros, Charlotta Larsson, Viktor Gyllenberg, durata 101’, nelle sale dal 19 febbraio 2015, distribuito da Lucky Red.

Acclamato Leone d’oro della settantunesima Mostra del Cinema di Venezia, Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza del venerato maestro svedese Roy Andersson, terzo capitolo della sua ideale e ideologica trilogia composta anche dai fortunati Songs from the Second Floor e You, the Living, arriva nelle sale italiane.

Sin dal suo primo passaggio, in un Lido che già aveva deciso da mesi il suo status di vincitore annunciato, il film del regista scandinavo è stato circondato da un entusiasmo e da un’eccitazione che, almeno tra gli addetti ai lavori, sorpassava il ragionevole.

In un concorso altalenante e deludente, dove però non mancavano opere (come Il giovane favoloso di Mario Martone e Pasolini di Abel Ferrara) talmente grandi da non poter essere comprese veramente, molti hanno trovato nel divertito gioco intellettuale del cinema di Andersson una calma e rassicurante oasi, dove ogni trovata (anti) narrativa e visiva è scambiata per un colpo di genio, per un’epifania stravolgente.

Il film, nel puro stile del suo autore, è privo di un filo narrativo coerente e scorre in una serie movimentata di sketch e scenette. Pervaso da un surrealismo non-sense più compiaciuto che riuscito, le stravaganti avventure comuni dei “mostri” di Andersson ci passano davanti agli occhi senza alcuna scossa, annegate in quest’atmosfera desolata di eccentricità (manieristica).

Forte di un gusto estetico e di un mestiere rari (tali da rendere diverse inquadrature vicine in modo calcolato e impressionante alla pittura rinascimentale), il regista sembra voler guardare e rappresentare un’umanità anonima e ributtante, in cui il senso della vita è rappresentato da una composizione statica di gag tragicomiche.

Andersson, e il pubblico con lui, però, non entra mai nel cuore del discorso, anzi, tenendosi attentamente a distanza, sembra volerci regalare solo una mastodontica e sgradevole foto di gruppo che difficilmente può impressionare.

I suoi freaks (dai due venditori ambulanti patetici al Re di Svezia dall’omosessualità mal dissimulata) sono appunto solo figurine appese su uno schermo, non attraversate mai da alcuna emozione. Neppure nel finale, nella scena chiave della “carneficina”, il presunto atto d’accusa contro la mostruosità dell’essere Spettatore, il monito di Andersson sembra più quello di un distaccato e pedante accademico che di un militante arrabbiato e preoccupato.

Privata di qualsiasi pathos, di qualsiasi emotività, la pellicola diventa dunque uno splendido esercizio di stile estetico (non si può negare il fascino visivo della sequenza della “guerra a cavallo”) rimasto però confinato sulla tela, incapace di scendere in sala e scuotere uno spettatore pronto a dimenticarsi in fretta questo parterre di anonimi e banali mostri scandinavi.

*critico cinematografico

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