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Sabato, 24 Ott 2026

A che servono i Greci e i Romani, di Maurizio Bettini, editore Einaudi, Torino, 2017, pp.148, euro 12.

Recensione di Roberto Tomei

Il libro che qui si presenta indaga il nostro rapporto con i classici e, insieme, la questione del modo migliore di insegnarli nelle nostre scuole, condizione essenziale per mantenerne viva la memoria. L’incipit, né sarebbe potuto essere diversamente, dati i tempi che stiamo attraversando, è tutto incentrato sulla critica dell’invasione della nostra vita da parte delle tante “metafore economiche”, che hanno fatto si che determinate realizzazioni della creatività umana fossero rappresentabili alla stregua di prodotti o di beni da consumare o da cui trarre profitto. Un approccio fondato sull’idea del “servire a”, che ha stravolto la cultura, spingendola verso una china pericolosa, dato che alla creazione culturale in passato non si è mai chiesto “a che cosa serviva”, perché si è avuta la pazienza di aspettare “che la libertà e la fantasia avessero il tempo di produrre i propri frutti intellettuali”.

L’autore, in particolare, mette poi l’accento sul fatto che l’Italia è la nazione che più di ogni altra è stata favorita da una singolare “contingenza culturale”, che l’ha dotata di un patrimonio da molti considerato un “unicum” irripetibile, anche se in questi ultimi tempi si è fatto di tutto per far dimenticare agli italiani di essere The Land of Culture, come ci chiamano gli stranieri. Qui sta il punto dolente della storia, visto che l’impegno contratto dalla Repubblica verso il patrimonio culturale (art.9 Cost.) “non può riguardare solo la tutela materiale dei monumenti, ma anche (e forse soprattutto) la memoria culturale che a tali monumenti si lega presso i cittadini”, da mantenere viva in un circolo virtuoso fra tutela e promozione.

Al riguardo, Bettini sottolinea come, nell’ambito di quella particolare contingenza culturale, l’antichità classica occupi un posto di eccezionale rilievo. Si tratta di un patrimonio non solo esterno (i beni culturali) ma anche interno, ove si pensi che l’italiano non è che un latino parlato male e che per secoli gli italiani hanno sempre letto i classici, veri libri “condivisi”, in quanto divenuti parte di una comune enciclopedia culturale e rimasti vivi anche dopo l’avvento del cristianesimo.

Naturalmente spetta alla scuola tramandare questa memoria culturale, sicché il vero nodo della questione sta proprio qui, ossia, visto il crollo delle iscrizioni al liceo classico e allo scientifico col latino, nel come far interessare un giovane d’oggi alla cultura classica. Bettini propone un cambiamento di paradigma, finora tradizionalmente rappresentato dall’apprendimento di lingua e letteratura, convinto che è meglio rischiare che lasciare le cose come sono.

Del mondo classico, infatti, possono essere date altre immagini, peraltro già sperimentate con successo, come, per es., attraverso l’esperienza teatrale o i reception studies, che consistono nel rintracciare la presenza dei classici nelle opere letterarie, cinematografiche, artistiche, ecc., che si sono succedute nel tempo dopo la fine della civiltà antica ( incluse le deformazioni, perché anche di queste è bene parlare), senza dimenticare che un altro modo di insegnare potrebbe essere anche quello di far studiare la retorica, utilissima per imparare a scrivere, esprimersi e comunicare.

Ma cambiare modo di insegnare significherebbe anche, spiega Bettini, cambiare la valutazione finale dei ragazzi, novità, quest’ultima, che probabilmente sarebbe non meno osteggiata della prima dai difensori dello status quo, nonostante che a farne le spese (per così dire) sarebbero solo gli studenti, che dovrebbero affrontare una prova più difficile della semplice traduzione di un testo, in quanto da loro si pretenderebbe di far precedere il testo stesso da una contestualizzazione del suo contenuto nonché di rispondere a tutta una serie di domande su aspetti anche storici e culturali.

Si tratta, a parere di chi scrive, di proposte interessanti e da approfondire e valorizzare, anche perché meglio orientate a svolgere una seria verifica della conoscenza acquisita della civiltà antica, obiettivo ultimo, in fin dei conti, della formazione liceale. Né i professori dovrebbero prenderla a male, dato che la traduzione non si tocca e Bettini chiede addirittura un’ora di greco in più a settimana.

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