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Mercoledì, 21 Ott 2026

Ritratto di famiglia con tempesta, di Hirokazu Kore-Eda, con Hiroshi Abe, Yoko Maki, Yoshizawa Taiyo, Kirin Kiki, Rirî Furankî, Isao Hashizume, durata 117’, nelle sale dal 25 maggio 2017, distribuito da Tucker Film.

Recensione di Luca Marchetti

Hirokazu Kore-Eda è un nome noto probabilmente a una piccola nicchia di appassionati, fatta di abituali frequentatori dei festival internazionali o di amanti fanatici del cinema giapponese. Eppure, Kore-Eda, regista di rara sensibilità, ha collezionato, negli ultimi anni, una serie di capolavori travolgenti (ricordiamo, solo per fare un nome, lo splendido Father and Son) che lo hanno reso un autore imperdibile di pellicole piene di umanità, narratore passionale di grandi storie fatte di emozioni e semplicità.

Nonostante una riconosciuta fama, molti ancora considerano Kore-Eda e gli altri esponenti del cinema asiatico come creature di un altro pianeta, realizzatori di lavori con tempi e sentimenti diametralmente opposti ai nostri.

Ritratto di famiglia con tempesta è la più chiara e immediata confutazione di questa tesi superficiale.

La storia di Ryota, scrittore fallito, giocatore d’azzardo incallito e sciatto investigatore privato, alle prese con un divorzio doloroso e le responsabilità di essere un padre (e un figlio) mai all’altezza delle aspettative, diventa così il nucleo dell’ennesimo, spontaneo e immediato ritratto umano del regista giapponese, capace di mostrarci, allo stesso tempo, un racconto profondamente nipponico e splendidamente universale.

La saggia vivacità dell’anziana madre, il meschino (ma terribilmente umano) egoismo del protagonista e le sofferte ritrosie di un’ex moglie stanca e di un piccolo figlio incerto sono emozioni talmente pure da essere credibili sia a Kiyose, paesino nell’hinterland di Tokyo, che a Roma o a New York.

Il talento di Kore-Eda, però, non risiede solamente nel potere di rendere vulnerabili e credibili i suoi personaggi. Il regista, infatti, sa arrivare a svelarci il cuore dei protagonisti senza scorciatoie, espedienti urlati o ingombranti scene madri. Attraverso una quotidianità misurata ma sempre efficace, grazie ai gesti accennati e a parole precise e illuminanti, l’autore ci accompagna dentro una piccola, grande, storia di gente comune, regalandoci la sensazione di un’empatia reale, come se, invece di un film, stessimo davvero ascoltando una storia vera, magari raccontataci da qualche conoscente.

L’improvvisa tempesta del titolo, da espediente narrativo, diventa così il momento catartico dove, non solo i protagonisti hanno l’occasione per ritrovarsi vicini, in un raro e travolgente momento di solidarietà umana, di affetto condiviso, ma anche lo spettatore si ritrova davanti a un momento di disarmante verità (talmente rari nel cinema contemporaneo).

A differenza dell’ossessione occidentale per le trame perfette, per la finzione che deve sublimare la realtà, che la edulcora/estremizza ad ogni costo, Ritratto di famiglia con tempesta ha il coraggio di attraversare le vite imperfette, anche disperate, ma mai patetiche, dei suoi personaggi senza stravolgerle, concedendo a tutti la dignità commovente che si meritano.

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critico cinematografico

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