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Sabato, 29 Ago 2026

Negli ultimi anni, il direttore Alberto Barbera e il suo team hanno deciso di dare una svolta alla selezione del Festival del Cinema di Venezia, cercando di sbaragliare l’accanita competizione con i rivali di Cannes e dei Festival americani.

Puntare sul cinema hollywoodiano mainstream (che, dopo varie edizioni fortunate, ha eletto il Lido come trampolino di lancio per la corsa agli Oscar), introdurre nel concorso opere puramente di genere e aprirsi furbamente alle nuove piattaforme come Netflix (in risposta alla polemica francese dello scorso maggio) sono risultate tutte mosse vincenti per la Mostra che, mai come oggi, sta vivendo un periodo di grande autorevolezza mondiale e apparente freschezza intellettuale.

La dimostrazione di questa “nuova vita” è riscontrabile nella sorprendente scelta della giuria, presieduta da Annette Bening, capace di sovvertire i pronostici e premiare nientemeno che una storia d’amore fantasy: The Shape of Water di Guillermo Del Toro. Il film del massiccio regista messicano, infatti, pur scatenando gli entusiasmi della stampa internazionale, non sembrava essere “pronto” per arrivare addirittura al Leone d’oro.

La storia d’amore tra un’inserviente muta (la splendida Sally Hawkins) e un misterioso uomo anfibio, prigioniero di una struttura militare segreta, alcuni anni fa non sarebbe nemmeno riuscita ad arrivare nella selezione ufficiale. Vederla, invece, premiata con l’onore più prestigioso, al di là degli effettivi meriti artistici del film, non può che rallegrarci. Eppure, scelte più tradizionali erano a portata di mano della giuria. Non pretendevamo di vedere premiato Ex Libris, l’immenso documentario di tre ore sulla New York Publick Library del maestro Frederick Wiseman ma, come tutti, credevamo che fosse arrivato il momento di Abdellatif Kechiche. Dopo il successo a Cannes con La vita di Adele, il franco-tunisino appariva sul punto di sbancare anche Venezia con il suo Mektoub, My Love: Canto Uno. Film travolgente e, allo stesso tempo, respingente, l’opera di Kechiche appariva la vincitrice designata. Anche per questo incredibile, e un po’ anarchico, colpo di scena, l’affermazione di Del Toro ci ha convinto.

Oltre al Leone d’oro, però, la lista dei vincitori non ci ha troppo entusiasmati. Dispiace non aver visto considerato l’ottimo First Reformed di Paul Schrader. Lo sceneggiatore di Taxi Driver, infatti, è tornato in grandissima forma con un’opera davvero importante, supportata dalla prova viscerale del suo protagonista Ethan Hawke, meritevole del premio come miglior attore (toccato a Kamel El Basha, del libanese L’insulto). Discorso analogo, se non fosse per lo striminzito premio alla sceneggiatura, toccherebbe farlo per Three Billboards outside Ebbing,Missouri. Pellicola a metà strada tra Altman e Coen, il film dell’irlandese Martin McDonagh, probabilmente è stata la visione più soddisfacente e avvolgente del Festival, grazie anche all’ottimo cast capitanato da Frances McDormand (anche lei “deufradata” dalla Coppa Volpi per la miglior attrice, andata invece alla veterana Charlotte Rampling per Hannah). Grande affermazione anche per Jusqu'à la garde dell’esordiente francese Xavier Legrand, vincitore di due premi (miglior regia e miglior opera prima). Il pianto sfrenato del giovane regista sul palco, nel momento della premiazione, è stato il momento più sincero e commovente di tutta la manifestazione.

Al di là del palmares, però, questa edizione veneziana, soprattutto nel fuori concorso e nelle sezioni collaterali, ci ha regalato grandi storie. La più forte - oltre all’history of violence, morale del buon Brawl in Cell Block 99 e alla struggente love story senile di Our Souls at Night - è stata senza dubbio la commovente confessione di Jim Carrey, protagonista del documentario Jim & Andy: The Great Beyond. The Story of Jim Carrey, Andy Kaufman and Tony Clifton, opera che, più di molte altre, meriterebbe una diffusione nelle sale italiane.

Infine, per quanto riguarda il cinema italiano, il meglio si è visto nelle sezioni collaterali. Niente contro Ammore e malavita, Una famiglia e Hannah, le tre pellicole del concorso (non consideriamo The Leisure Seeker, la piacevole avventura in lingua inglese di Paolo Virzì) ma Nico 1988, il folle salentino La vita in comune e il duro neomelodico Il cratere, tra le pellicole nostrane, sono state le visioni più interessanti e coinvolgenti.

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critico cinematografico

 

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