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Martedì, 20 Gen 2026

Teoria del kamikaze di Laurent de Sutter, edizioni Il Melangolo, Genova, 2017, pp87, euro 8.

Da qualche tempo a questa parte, i kamikaze sono diventati prepotentemente presenti anche nella vita degli europei, in particolare di quelli che abitano le grandi città, finora senz’altro i più esposti alle conseguenze disastrose delle loro imprese, che, grazie ai media, sono note a tutti già pochi minuti dopo il loro compimento.

Secondo l’autore, sarebbe proprio questo l’obiettivo perseguito e sempre raggiunto dal kamikaze, definito come “un flash”, ossia come il dispositivo tecnico esplosivo di accecamento attraverso cui l’ordine visibile è costretto a riconfigurarsi. Se questa è la conclusione cui perviene il libro che qui si presenta, va ricordato però che esso contiene anche un’accurata analisi critica delle diverse teorie che nel corso della storia sono state elaborate sulla figura del kamikaze, ancor prima del suo avvento come tale: dalle tesi di Shaftesbury sull’entusiasmo (testo già recensito su questo giornale) a quelle di Kant, fino a quelle, recenti, di Zizek.

All’origine kamikaze (=vento divino) altro non era che il nome dato a un tifone improvviso e inaspettato, dunque considerato magico, grazie al quale nel 1274 il Giappone si salvò dall’invasione dei mongoli. Nella percezione che se ne ebbe all’epoca, sollevando contro le imbarcazioni del Khan i flutti dell’oceano, sarebbero stati insomma gli dei a non volere che il territorio giapponese fosse invaso.

Proprio volendo evocare quello spirito divino protettore, nell’autunno del 1944 un ammiraglio giapponese concepì speciali brigate aeree d’attacco, cariche di esplosivo, destinate a schiantarsi sulle navi delle forze armate americane, anche se già a partire dal 1940 piloti francesi, russi e tedeschi si erano abbandonati a operazioni dello stesso tipo, ma si trattava più di iniziative individuali disperate che di studiate strategie.

Gli stessi giapponesi, del resto, avevano già sperimentato forme d’attacco simili durante la guerra di Shanghai nel 1932, attraverso l’impiego di combattenti che si lanciavano nelle trincee cinesi equipaggiati con imbottiture di esplosivo. La novità, rispetto al passato, sta nel fatto che oggi gli autisti che lanciano le loro macchine a tutta velocità contro la folla inerme non appartengono a organizzazioni militari e operano al di fuori di qualunque guerra dichiarata.

Oggi, come sempre prima d’ora, l’uomo che guida il camion carico di esplosivo non è un killer, né un terrorista; è un attore, un essere estetico, il cui obiettivo non è tanto la distruzione quanto la sua possibile visibilità. Già i kamikaze dell’11 settembre 2001 ci hanno permesso di capire quanto un attentato abbia sempre e solo lo scopo di impressionare, tendendo al sublime come ciò che è eccessivo, superando l’ordine convenzionale della realtà. “Il sublime può verificarsi solo nella distruzione: preferibilmente la più ampia possibile. La distruzione è diventata il criterio della grandiosità; di conseguenza è diventata ciò che definisce l’orizzonte del sublime”.

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