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Domenica, 23 Ago 2026

L’invenzione del diritto di Paolo Grossi, Editore Laterza, Roma-Bari, 2017, pp.214, euro 24.

Recensione di Roberto Tomei

Il libro che qui si presenta raccoglie una serie di interventi recenti, presentati in sedi accademiche e istituzionali, dal grande storico e giurista Paolo Grossi, attuale presidente della Corte Costituzionale. Con essi, l’autore ci offre un’ulteriore elaborazione della sua riflessione sull’origine e la natura del diritto nella pos-modernità, ossia l’epoca in cui viviamo, ma che dura ormai da più di cent’anni, avendo avuto inizio sul finire del XIX secolo.

L’orizzonte ermeneutico in cui si muove l’autore è soprattutto, ma non solo, quello tracciato da Santi Romano, in particolare ne L’ordinamento giuridico, libro apparso nel 1918, indubbiamente la più “penetrante revisione teorico-giuridica sulla essenza del diritto” nella pos-modernità. Secondo Grossi, è proprio “in questo fertile e sostanziosamente nuovo clima pos-moderno che si situa fedelmente la Costituzione italiana del 1948”, testimonianza tra le più espressive del diritto quale risultato di una “invenzione” (termine da intendere in senso etimologico, secondo il significato dell’invenire latino), cioè come qualcosa che si deve cercare e trovare nelle radici di una civiltà, nel profondo della sua storia, nell’identità più gelosa della sua coscienza collettiva.

E’ una Costituzione, la nostra, che, collocandosi tra quelle del secondo momento costituzionalistico, quello pos-weimariano, opera una lettura attenta della dinamica sociale, così come la vive nella sua esistenza quotidiana il comune cittadino. Dalla Carta traspare, infatti, chiaramente la “priorità storica e logica della persona umana sullo Stato e, di conseguenza, priorità storica e logica del diritto sulla legge”. Si lascia così ai giuristi un compito inventivo che, fuori da “immobilizzanti mitologie, ossia dal culto acritico di una legge perché è legge, prescindendo completamente dai suoi contenuti”, sta egregiamente svolgendo innanzitutto la Corte costituzionale.

Ma, accanto a quello della Corte Costituzionale, l’autore sottolinea altresì l’importante ruolo svolto dal giudice civile, più difficile di quello del vecchio iudex sub lege della modernità, “giacché egli è diventato il più autentico garante della crescita di un ordinamento giuridico, della sua perenne storicità e, pertanto, della sua salutare coerenza al divenire sociale”. Per la riscoperta di tale ruolo inventivo, spiega Grossi, hanno avuto rilievo assai incisivo tre eventi verificatisi nella seconda metà del Novecento: oltre l’inserimento del testo della Costituzione nella positività giuridica italiana, la sempre maggiore osmosi fra i due universi di civil law e di common law e, infine, il progrediente cammino dell’Europa nella difficile costruzione, tuttora in corso, di un diritto privato sovranazionale.

Attraverso questi “ultima verba”, Grossi (autore di cui ho già apprezzato altri libri) ci fornisce così un vivido affresco del diritto, come di un qualcosa che non piove dall’alto, ma che si trova nelle radici di una civiltà, nel profondo della sua storia.

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