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Giovedì, 18 Lug 2024

The Post di Steven Spielberg, con Tom Hanks, Meryl Streep, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon, David Cross, Jesse Plemons, Michael Stuhlbarg, durata 118’, nelle sale dal 1 febbraio 2018, distribuito da 01 Distribution.

Recensione di Luca Marchetti

Prima di Wikileaks ci furono il Washington Post e il New York Times. Prima di Snowden e di Chelsea Manning ci furono i Pentagon Papers. Prima di Donald Trump ci fu Richard Nixon.

Non volendo scomodare il famoso aforisma marxiano che “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”, è evidente che, specie nella sua auto-narrazione, la Storia americana viva di collegamenti interni, déjà-vu vertiginosi ed evidenti rimandi.

Steven Spielberg nel suo cinema più politico (Lincoln, Munich, Il ponte delle spie) parla del passato per affrontare il presente e il suo ultimo The Post s’inserisce in questa tradizione.

Nella battaglia morale tra Ben Bradlee e Kay Graham, direttore e editrice del Washington Post, contro l’arroganza corrotta dell’amministrazione Nixon, infatti, non è difficile ritrovare le sfumature di quello che sta succedendo oggi negli Usa, tra potere politico e stampa.

Solo evocata o “spiata”, la Casa Bianca di The Post è un luogo ambiguo, un centro di malaffare, ricatti e minacce, tutto tenuto in mano da quel presidente Nixon, da sempre rappresentato come un mostro paranoico, squallido e infantile.

Anche se nello scandalo dei Pentagon Papers (documenti governativi che rivelano tutti i segreti sulla gestione della Guerra del Vietnam) pure le amministrazioni Kennedy e Johnson uscirono delegittimate, è solo Nixon il nemico da combattere (e abbattere). E’ dunque naturale, per lo spettatore del 2018, ritrovare in questa figura e nell’atmosfera malsana che lo circonda, quel presidente Trump, che tanto sta facendo per affossare il prestigio della posizione che occupa.

Spielberg, ma più in generale l’intera Hollywood, nella lotta con il totem populista-conservatore non poteva non esaltare il suo nemico peggiore, la stampa libera, confezionando un film che non solo colpisce duro sull’attualità, ma che si inserisce perfettamente nel filone epico con cui il cinema ha sempre rappresentato il mestiere del reporter.

Dagli anni di Tutti gli uomini del presidente (de facto, sequel di The Post) fino al recente e acclamato Spotlight, le redazioni sono sempre rappresentate come le “tane” degli eroi, gli ultimi baluardi di resistenza contro lo strapotere di partiti e lobby, mentre i giornalisti sono gli eroi impavidi, gli ultimi cavalieri della giustizia. Per l’industria e la società americana (soprattutto quella borghese-WASP) è, infatti, più apprezzabile (e accettabile) identificare il proprio bisogno di resistenza e di ribellione in intelligenti e puliti reporter, tenaci alfieri delle parole, piuttosto che in freaks idealisti o in esaltati guerriglieri. The Post, da questo punto di vista, è l’ennesima esaltazione della lotta, in nome della Costituzione americana.

In uno scenario ideale-retorico, Spielberg sa bene come e cosa mettere in mostra, dando spazio al suo grande cast nel quale il ruolo più facile è quello di Tom Hanks, alter ego spielberghiano per eccellenza e attore perfetto per rappresentare il “miglior americano possibile”.

Nonostante l’appariscenza della prova di Hanks, però, il vero cuore di The Post è rappresentato da Meryl Streep che, nei panni dell’editrice e proprietaria Graham, non solo ha il personaggio più profondo ma, soprattutto, il percorso narrativo più concreto e commovente.

Se il Bradlee di Hanks, saldo nei suoi principi, rimane per tutto il film come un paladino inflessibile della libertà di parola, la Streep, invece, è l’unica ad avere una vera evoluzione: da semplice e spaesata proprietaria, più presa dal pensiero di dare una nuova vita economica al proprio giornale che dalle beghe con la Casa Bianca, con il passare del tempo, si prende su di sé la responsabilità politica e etica della battaglia, scendendo in campo accanto ai suoi uomini da agguerrita editrice, come se fosse un generale.

E’ nel suo coraggio non scontato, nei suoi dubbi e nelle sue paure che possiamo scorgere la vera morale politica del lavoro di Spielberg, al di là del più evidente messaggio politico anti-trumpiano.

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Critico cinematografico

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