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Martedì, 26 Mag 2026

Art. 1 Costituzione italiana di Nadia Urbinati, Editore Carocci, Roma, 2017, pp.143, euro 13.

Recensione di Roberto Tomei

Il libro che qui si presenta è il primo di una serie di 12 volumi dedicata ai Princìpi fondamentali della nostra Costituzione, invero “più citata che conosciuta”, come dicono nell’Introduzione Pietro Costa e Mariuccia Salvati. Da qui la benemerita iniziativa dell’editore volta a farla leggere o rileggere, tanto più che la Carta gode oggi di una notevole popolarità nel discorso pubblico e nella comunicazione massmediatica.

Si tratta di una iniziativa senza precedenti e i volumi che compongono la serie sono caratterizzati da un approccio condiviso da tutti gli autori, ovvero di “combinare la ricostruzione della genesi e dello sviluppo storico dei principi con l’analisi della loro applicazione nell’Italia repubblicana e con la valutazione della loro attualità”.

Rispetto ad altre costituzioni, la peculiarità di questa parte iniziale sta nel fatto che i principi in essa riuniti non sono relegati in un preambolo, con numerazione distinta, ma sono volutamente elencati nella sezione iniziale come parte integrante della Carta. Del resto, atteso il loro carattere “generalissimo” (Ruini), i principi fondamentali non avrebbero potuto trovare sede adeguata in uno dei titoli in cui la Carta si suddivide e, d’altra parte, proprio per questo loro carattere, essi valgono a delineare il “volto della Repubblica”, come fu ripetutamente detto in Assemblea Costituente.

Nello specifico, il volume della Urbinati, oltre a dar conto di come si giunse alla formulazione dell’art.1 e del suo contenuto rivoluzionario, ricostruendone la genesi e ripercorrendo le tensioni del dibattito costituente, tratteggia le idee maturate in Europa e negli Stati Uniti in ordine alla concezione classica e moderna di democrazia, di libertà politica, di popolo e di lavoro.

Molto interessante e denso di suggestioni l’ultimo capitolo, che tratta della questione del lavoro a partire dai primi anni di vita repubblicana fino ai giorni nostri. Qui si mette bene in evidenza come il compromesso costituente abbia lasciato presto il posto alla lotta anche cruenta tra modelli concorrenti di sindacalismo e di governo pubblico dell’economia. L’incrinatura diventa ben visibile soprattutto a partire dalla fine degli anni Cinquanta, con la ribellione dei lavoratori alla pratica dirigistica e autoritaria dell’azienda industriale e con le lotte sindacali nelle fabbriche del Nord, espressione di una richiesta di autonomia politica dentro il luogo di lavoro e di rappresentanza sindacale.

Si arriva così all’Autunno caldo del 1969, in cui prende corpo una corrente di contestazione antiautoritaria, che raggiunge il suo apice negli anni Settanta, con l’istituzione dei consigli di fabbrica e l’approvazione nel 1970 dello Statuto dei lavoratori.

Ma la reazione non avrebbe tardato a manifestarsi, in quanto prese subito corpo, prima tra studiosi e costituzionalisti e, poi, tra i politici, l’idea di porre un freno a tale processo di democratizzazione attraverso opportune revisioni della Carta, così da ”emendarla della sua identità lavorista e dalle insidie alla governabilità contenute nella democrazia sociale”. Quella governabilità che, introdotta nel dibattito alla metà degli anni Settanta, grazie alle “ricette” formulate dalla Trilaterale, altro non era se non un tentativo di arginare la crescita dei movimenti sociali di protesta, dei sindacati e dei partiti di sinistra nelle società democratiche del Patto atlantico.

L’argomento usato dalla Trilaterale era che “il declino della partecipazione non era soltanto desiderabile ma segno della funzionalità del sistema”. Sul piano istituzionale questo significava indebolire il Parlamento come luogo alto di confronto e di risposta alle richieste sociali, delegando porzioni rilevanti del suo potere ad attori amministrativi e burocratici.

E’ in questo contesto che Miglio e il Gruppo di Milano lanciano l’attacco al sistema: avendo giudicato l’Italia democratica come espressione di un anacronismo, quello basato sulla centralità del lavoro e del diritto al lavoro, essi esaltano, viceversa, il cittadino imprenditore di se stesso, relegando il lavoro organizzato e regolato da diritti a un “oggetto insopportabile”.

Ci si dimenticava così che la Costituzione, sul presupposto che l’opportunità lavorativa non emerge grazie al gioco della mano invisibile del mercato, assegna allo Stato un vero e proprio obbligo giuridico di promuovere una politica di occupazione (Mortati).

Ai giorni nostri, le cose sono peggiorate e non di poco, essendo sotto gli occhi di tutti, da un lato, la debilitazione del ruolo della contrattazione sindacale e, dall’altro, la frammentazione del lavoro nelle sue prestazioni occasionali e variabili, con la trasformazione del salario in retribuzione a prestazione.

Si tratta di due processi che si sono materializzati sotto il governo Renzi (2015), ma che la Corte Costituzionale ha in parte messo in discussione (decisione dell’11 gennaio 2017), accettando di sottoporre la legge a referendum, ulteriore testimonianza della tensione che la questione del lavoro è capace di generare.

Questa decisione e l’esito dei due referendum costituzionali (del 2006 e del 2016) ci dicono così che la Costituzione è un testo vivo nell’opinione di una larghissima parte dei cittadini e, per quanto qui interessa, che dal “fondata sul lavoro” emergono un universalismo e un principio di inclusione e di accoglienza le cui potenzialità sono enormi e non sufficientemente sottolineate e apprezzate.

roberto.tomei@ilfoglietto.it

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