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Venerdì, 06 Mar 2026

Luomo che parlavaL’uomo che parlava alle vigne, di Pierpaolo Palladino - Ed. La Mongolfiera, novembre 2021 – pp. 366 – euro 15,00.

Recensione di Adriana Spera

Le vicende della famiglia Lulic - narrate nel libro L’uomo che parlava alle vigne di Pierpaolo Palladino - ripercorrono gli eventi, spesso tragici, che hanno visto coinvolti gli italiani in patria e nel mondo.

Circa cento anni di storia conditi con elementi di un realismo magico che ricorda più autori sudamericani, come Gabriel Garcia Marquez o Isabel Allende, che non i nostri Italo Calvino, Dino Buzzati o Anna Maria Ortese, per citare i più noti. Al contempo, abbiamo a che fare quasi con un manuale di storia delle tecniche di vinificazione.

Dicevamo eventi storici che, però, ci riportano all’attualità: le discriminazioni nei confronti degli stranieri e, in generale, delle minoranze etniche; le dittature militari con il loro carico di torture e di omicidi politici; il liberismo ed il trionfo del libero mercato che, in nome del profitto, cancella anche la tutela della salute; ma, soprattutto, ci riporta alla violenza della guerra.

Protagoniste del romanzo sono tre generazioni di una famiglia di origini slovene, i Lulic, che in più epoche si ritroveranno a sentirsi avulse dalla comunità e dal luogo in cui vivono, Oslavia, alle porte di Gorizia, perché “da molto tempo ormai avevano messo radici in quella casa, che era diventata il loro punto fisso nel quale vivere, procreare e morire. Non erano loro a girare più da un punto ad un altro, erano i confini che continuavano a girare intorno a quella terra dalla notte dei tempi. Sempre a muoversi irrequieti, a spostarsi sulle mappe politiche, come una danza di guerra che non aveva nulla né del valzer di Vienna né delle sinfonie di Verdi.”.

Tutti, da Jozef a Pavel Lulic, dal 1915 agli anni ’80, sentiranno sulla pelle quell’ostracismo che ha colpito e ancora colpisce le persone di origini balcaniche che si sono ritrovate a vivere in territorio italiano, così come quelle di loro che dall’Italia hanno deciso di andare a vivere nella ex-Jugoslavia.

Tre generazioni accomunate anche da un’unica ragione di vita: la ricerca della ricetta per fare il vino perfetto. Una ricerca che li condurrà non solo, grazie alle prime ricerche di genetica vegetale, a scoprire da dove sono partiti, secoli addietro, i loro avi ma anche a confrontarsi, nel corso delle loro peregrinazioni, con altre tecniche di coltivazione, vinificazione e conservazione del vino, con le caratteristiche di altri vitigni.

Dall’Austria alla Svizzera, durante la loro migrazione obbligata nel corso della prima guerra mondiale, alla Jugoslavia, nel corso della seconda, dalla scoperta dei metodi di vinificazione francesi nelle campagne della Borgogna nel dopoguerra per finire alle sofisticazioni degli americani, contrapposte ai metodi di produzione secolari in uso fra i preti ortodossi in Georgia.

Un’avventura che condivideranno con un amico sacerdote: padre Italo. Quest’ultimo - un personaggio che ci ricorda don Lorenzo Milani e l’isolamento, l’emarginazione a cui lo costrinse la sua stessa chiesa - a causa dei sospetti, per non dire della contrarietà, suscitati dalla sua scuola.

Italo sarà costretto dal suo vescovo all’esilio in America del Sud, prima in Argentina (dove lavora nella comunità fondata dall’attuale Papa Bergoglio) e poi in Cile negli anni delle dittature militari.

In quest’ultimo paese, torturato fino ad essere ridotto alla cecità per aver cercato di alfabetizzare i campesinos e i loro figli, assiste alle stragi poste in essere dagli uomini di Pinochet coaudivati dalla CIA. Riuscirà, grazie all’intercessione del suo maestro, a trovare rifugio oltre cortina: in un monastero ortodosso in Georgia.

Una storia permeata di realismo magico, di persone come Jozef e la moglie Anja che parlano e cantano alle viti e le trattano come figlie, che si fanno guidare da un pendolo nelle loro scelte ma, al contempo, capaci di non chiudersi nelle proprie tradizioni, tutt’altro, aperti alle altre culture, sempre pronti a imparare altre tecniche, a confrontarsi con altre realtà, forse proprio perché le loro radici si perdono nei secoli.

Insomma, un libro assolutamente da leggere.

Adriana Spera
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