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Sabato, 22 Giu 2024

Giovinette 2 ID6981Giovinette - Le calciatrici che sfidarono il Duce, di Federica Seneghini con un saggio di Marco Giani – Ed. Solferino, 2020 – pp. 332 - €16,50.

Recensione di Adriana Spera

Come redazione de Il Foglietto della Ricerca abbiamo dedicato, grazie al nostro Giorgio Della Rocca, diversi reportage al campionato di calcio femminile. Qualcuno si sarà chiesto perché una testata nata come pubblicazione di un sindacato del comparto della Ricerca si occupasse di tale tematica; ebbene, forse non tutti sono al corrente degli ostacoli che le donne hanno dovuto superare, fino a tempi recenti, per praticare questo sport.

Insomma, una delle tante discriminazioni – derivanti, prima, da una cultura patriarcale intrecciata ad un cattolicesimo retrivo e, poi, dal regime fascista - subite dalle donne italiane, reputate idonee solo alla procreazione. E dire che oggi, dimentichi della nostra storia, ci scandalizziamo rispetto a quanto accade alle donne in altre culture, in particolare, nel mondo mussulmano.

La storia, che Federica Seneghini ha ricostruito, basandosi su una accurata ricerca documentale ed andando ad intervistare i discendenti delle protagoniste, inizia alla fine dell’estate del 1932 - anno X dell’era fascista, come allora era uso dire - e finisce nel luglio del 1933.

Un gruppo di amiche si ritrova un giorno, del tutto casualmente, a giocare a pallone ai giardini di Porta Venezia a Milano e così nasce l’idea di praticare il calcio. Tutto ha origine da un rinvio.

Voce narrante è Marta Boccalini, che così ci descrive il clima imperante: “Non potevamo nemmeno correre, o perlomeno non troppo. Tutto doveva essere fatto con moderazione, perché eravamo donne, si intende. E il regime aveva più volte detto che lo sport femminile doveva essere proprio così: moderato”.

Non a caso le tre sorelle Boccalini: Marta, Rosetta (la bomber della squadra) e Giovanna (la commissaria), che assieme alle loro più strette amiche andarono a costituire a Milano il nucleo fondante del Gruppo femminile calciatrici, erano figlie di operai antifascisti che: “Ci avevano insegnato cosa fosse la libertà e cosa fosse perderla, come successe a tutti gli italiani dopo l’assassinio di Matteotti, e come loro non si sarebbero mai stancati di raccontarcelo, anche quando sarebbe diventato pericoloso farlo. Ma non si erano arresi neppure allora”. E poi ebbero l’esempio di Ettore Archinti, amico di famiglia, ex sindaco socialista di Lodi, che anche dopo aver subito un attentato dai fascisti continuò la sua militanza, fino a partecipare alla resistenza; arrestato, morì nel lager di Flossenbürg.

Altre esponenti di spicco, tra le oltre cinquanta che raggiunse il gruppo di giovani calciatrici, furono Ninì Zanetti, la stratega Losanna Strigaro, la coraggiosa Maria Lucchese, che per giocare dovette affrontare l’ira paterna.

Se la gran parte delle ragazze era semplicemente entusiasta di giocare, la Strigaro comprese che nel clima oscurantista di quegli anni occorreva muoversi con prudenza e, soprattutto, bisognava curare la comunicazione e mettere degli uomini nei ruoli chiave. Fu così che reperì un presidente ed un allenatore, nelle persone di Ugo e Pietro Cardosi, suoi datori di lavoro e proprietari di una famosa vineria; prese contatti con uno dei pochi giornalisti non allineati del tempo, Carlo Brighenti, assistente di Tazio Nuvolari e, poi, con Max David del Corriere della sera.

Ma non basta, capì che con il regime non si scherzava: occorreva chiedere dei permessi e far sembrare che il loro fosse un calcio in versione light, come scrissero, nel febbraio 1933, nella loro lettera di presentazione pubblicata dal Guerin sportivo: “Tutto sarà proporzionato al sesso, il quale da questo sport dovrà trarre un vantaggio fisico” – ancora – “Si può essere brave bimbe di casa e praticare uno sport. Meglio l’aria salubre dei campi sportivi che quella malsana delle sale da ballo”.

Insomma, Losanna Strigaro era una vera stratega della comunicazione, usava tutti i luoghi comuni della cultura fascista per arrivare all’obiettivo.

Proprio in quegli anni, Mussolini, compreso che gli italiani impazzivano per il football - presto ribattezzato «calcio», per dare ad intendere che esso avesse un’origine italiana – e che se lo sport era il mezzo perfetto per controllare il popolo ed esaltare l’identità nazionale, il calcio era ideale per diventare il «gioco fascista» per eccellenza e perciò iniziò a far costruire grandi stadi in tutte le principali città. Stadi che ben presto si riempirono anche di “tifosine”, come erano chiamate allora le donne che andavano a vedere le partite.

Ma per i fascisti il calcio era il gioco maschio per eccellenza, non una cosa da donne, e fu così che, man mano che il Gruppo milanese si ingrandiva, cominciò da parte della stampa di regime una pioggia di critiche che così possiamo riassumere: l’Italia fascista aveva bisogno di madri, non di «virago calciatrici». Diversamente, una parte del mondo del calcio accolse con entusiasmo la nuova squadra femminile: l’Ambrosiana-Inter di Meazza, ad esempio, chiese di assistere insieme alla squadra ospite dello Sparta Praga ad una partita del Gruppo femminile calciatrici.

Avuta notizia della nascita del Gruppo delle calciatrici milanesi, il regime cominciò a imporre una serie di “regole”: tempi brevi, portiere uomo (la palla avrebbe potuto colpire gli organi riproduttivi!) e una porta più piccola, pallone di plastica, niente calzoncini ma una gonna, scarpini leggeri e, in particolare, vietò la partecipazione a tornei e partite disputate dinanzi al pubblico.

I giornali del tempo diedero il loro fattivo contributo per porre fine dell’esperimento milanese, sicché sullo Schermo Sportivo, ad esempio, si poterono leggere queste farneticanti considerazioni: “gli sforzi del calcio, e le conseguenze di pallonate in alcune parti del corpo, o di calci ecc., ecc., possono riuscire deleteri al loro fisico – come non lo sono per l’uomo, conformato diversamente – e compromettere in modo irreparabile la funzione di maternità, per la quale sono state create”.

A nulla valsero i pareri favorevoli di medici di provata fede fascista, come il ginecologo Giuseppe Poggi Longostena e l’endocrinologo Nicola Pende, direttore del roboante Istituto di biotipologia individuale e ortogenesi, dove si conducevano studi di eugenetica.

A tutto ciò si intrecciarono le vicende del partito fascista, le sue guerre interne: se il gerarca Leandro Arpinati, all’epoca capo giudicato troppo anticonformista del Coni, diede il suo assenso alle nostre calciatrici in risposta alla loro istanza a praticare il calcio, Achille Starace, nuovo segretario del Partito nazionale fascista, succedutogli dopo tre mesi alla guida del Coni, pose il veto, a motivo della partecipazione ad una partita disputata in pubblico contro il neonato gruppo calcistico femminile nato ad Alessandria.

In definitiva, il regime se, da un lato, per dimostrare una pretesa superiorità della “razza italica” in vista delle olimpiadi di Berlino del 1936 e considerato che a quelle del 1932 non c’era stata una rappresentanza femminile, incentivò la partecipazione delle atlete ad alcune discipline quali l’atletica, la pallavolo e la pallacanestro (discipline che avrebbero potuto fortificare le future madri sic!), dall’altro, pose il veto assoluto a praticare il calcio.

Il regime aveva compreso che la pratica del calcio femminile poteva essere un fattore di liberazione per le donne e non solo dal punto di vista sessuale. La nostra narratrice dice: “Quando entravamo in campo, era come lasciarci il veleno alle spalle, come entrare in un terreno incontaminato, in un porto franco dal fascismo, dalle regole, dalle costrizioni e da quello che la società e gli uomini volevano da noi, ragazze e donne, nel 1933…E chissà, forse fu proprio per questo che poco alla volta i fascisti iniziarono a farci capire che in quel gioco così bello, proprio come nella vita, quelli che stabilivano le regole erano solo loro.

Le sorelle Boccalini, in particolare Giovanna, il cui marito Giuseppe Barcellona subì una condanna a quattro anni di confino alle Tremiti, parteciparono attivamente alla Resistenza. Giovanna fu tra le fondatrici dei Gruppi di Difesa della Donna, fu direttrice di Noi Donne quand’era ancora clandestino, alle prime elezioni amministrative libere fu eletta, con il Pci, Consigliera al Comune di Milano, dove successivamente rivestì anche il ruolo di assessora all’infanzia; nel 1949 partecipò alla fondazione del patronato CGIL INCA, di cui sarà vicepresidente, stessa carica che rivestì all’INPS, impegnandosi sempre per e con le donne, per dodici anni. Da non dimenticare poi il suo impegno all’interno del PCI, dove venne nominata membro del Comitato Centrale nei difficili anni 1953-56. 

Il romanzo è corredato di una ricca bibliografia e accompagnato da un approfondito saggio di Marco Giani sulla storia del calcio femminile in Italia, il quale ci ricorda che se le donne italiane nel dopoguerra poterono tornare in campo, tuttavia fu un ritorno irto di ostacoli, tuttora persistenti. Solo nel 1968 venne organizzato il primo vero e proprio campionato nazionale che fino alla stagione 2017/18 è stato in carico alla Lega Nazionale Dilettanti.

D’altronde, se Carlo Tavecchio, presidente della Fgci dal 2014 al 2018, in un’intervista dichiarò “Noi siamo in questo momento protèsi a dare una dignità anche sotto l’aspetto estetico, della donna, nel calcio…perché finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato, rispetto al maschio, sulla resistenza, sul tempo, sull’espressione atletica; invece abbiamo riscontrato che sono molto simili!”, abbiamo la misura di quanta strada le donne debbano ancora compiere in questo sport, dominato dal maschilismo e con una Federazione ancora in larga misura in mano a uomini.

Adriana Spera
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