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Lunedì, 26 Feb 2024

Grande Meraviglia di Viola Ardone – Giulio Einaudi editore – settembre 2023, pp. 304 – euro 18,00.

Recensione di Adriana Spera

Viola Ardone, dopo Il treno dei bambini e Oliva Denaro (entrambi recensiti dal nostro giornale), storie di bambini nell’Italia che fu e forse (nel secondo caso) che ancora è, ora ci conduce con la sua scrittura perfetta, a tratti poetica, nella realtà di quelli che furono i manicomi. A guidarci per gran parte del tragitto, anche stavolta, è la voce narrante di una bimba: Elba.

 Ma a pensarci bene, in tutti e tre i casi si tratta di speranze tradite. L’Italia di oggi, che aspira egoisticamente all’autonomia differenziata, sarebbe capace di manifestare e praticare un progetto di solidarietà come quello delle famiglie emiliano-romagnole che accolsero i piccoli napoletani rimasti senza casa dopo i bombardamenti? Esiste ancora, con le politiche sociali attuali, un ascensore sociale come negli anni del dopoguerra in un paese dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, unico paese dove le retribuzioni in trent’anni sono diminuite?

Siamo sicuri che in Italia, nonostante la legislazione vigente in materia di violenza sessuale, non ci siano più dei casi come quello di Franca Viola che, grazie anche al sostegno dei suoi familiari, denunciò il suo stupratore e rifiutò il cosiddetto matrimonio riparatore? Quante donne rinunciano a sporgere denuncia? Quante abbassano il capo?

E, infine, a 45 anni di distanza dal varo della legge 180, nota come legge Basaglia – presentata dallo psichiatra Bruno Orsini, deputato della Democrazia Cristiana, il 13 maggio 1978 e subito recepita dalla legge 833 che istituiva il sistema sanitario nazionale pubblico – quali sono le condizioni di cura e reinserimento in società di chi soffre di patologie psichiatriche? È stato rispettato il dettato legislativo?

Forse, prima di addentarci nella storia narrata da Viola Ardone in Grande Meraviglia, occorre rammentare quella che è stata la triste storia delle strutture detentive per pazienti psichiatrici, o ritenuti tali, nel nostro paese e l’uso distorto che spesso se ne è fatto.

Infatti, sono occorsi venti anni prima che i manicomi fossero sostituiti, nel 1997, dall'attuale rete sanitaria dei servizi per la salute mentale. E per chiudere (nel 2017) i sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) ci sono voluti quarant’anni. Oggi, a livello nazionale, i Dipartimenti di salute mentale, che sono alla base dell’attuale sistema di servizi psichiatrici, contano 29.785 operatori (dato 2021) ma, se si rispettasse lo standard di 1 ogni 1.500 abitanti previsto dalla legge 180/78, occorrerebbero almeno altri 11mila operatori.

Se nella legge Basaglia – che egli stesso definiva una “legge transitoria”, fatta per evitare il referendum proposto dai radicali per abrogare la legge 36 del 1904 – non erano delineati i servizi alternativi all’Ospedale Psichiatrico e le conseguenti linee guida, oggi che ci sono e sono specifici per i diversi casi, mancano la volontà e le risorse necessarie a far funzionare i servizi, sicché si ha sempre più l’impressione che i malati e le loro famiglie siano abbandonati a se stessi e non di rado vengono scoperte strutture che funzionano come i vecchi manicomi. 

La situazione è molto disomogenea da nord a sud ed è destinata a peggiorare con l’approvazione dell’autonomia differenziata, nonostante ogni anno siano 800mila le persone che necessitano delle cure dei Dipartimenti di Salute Mentale, una situazione destinata a peggiorare, perché, secondo l’Oms, le patologie mentali sono destinate a diventare le più numerose.

Eppure, avremmo dovuto essere orgogliosi di essere stati il primo paese al mondo ad aver abolito gli ospedali psichiatrici. Per una volta abbiamo fatto scuola in Europa e non solo.

Un traguardo per arrivare al quale Franco Basaglia lottò a lungo, convinto, come era, che “il manicomio non serve a curare la malattia mentale, ma solo a distruggere il paziente”. 

Una battaglia non facile nei confronti di una istituzione presente in varie forme nella nostra penisola fin dal 1400. Strutture gestite quasi sempre da ordini religiosi, dove frequentemente veniva praticata la tortura nella convinzione che il malato fosse indemoniato. Bastava essere affetti da patologie come l'epilessia, l'alcolismo, l'ipocondria o altre che facessero apparire “diversi” per esser candidati alla segregazione.

Solo nel 1904 venne emanata, dopo un iter biennale, la prima legge, la 36, che li regolava, primo firmatario Giovanni Giolitti. Essa si basava su quattro presupposti: obbligo di ricovero solo per i dementi pericolosi o “scandalosi”, che venivano ammessi solo dopo una procedura, salvo casi d'urgenza; le spese erano in carico alle provincie; veniva istituito un servizio speciale di vigilanza sugli alienati. Ma la legge Giolitti fu un boomerang perché, attribuendo un gran potere alla polizia, trasformò i manicomi in una succursale delle carceri.

Dominus del sistema manicomiale era il direttore in quanto aveva piena autorità sul servizio sanitario, sulla gestione economica e finanziaria delle strutture che dirigeva, nonché un ampio potere disciplinare sui suoi sottoposti, personale e malati, poteva concedere una dimissione temporanea al malato che mostrava dei miglioramenti.

Insomma, la legge del 1904 si limitava a normare le procedure in un sistema esistente da secoli non tenendo in alcuna considerazione i bisogni e i diritti del malato. Tutt’altro, essa dava la possibilità alle autorità locali, sulla base di una semplice certificazione medica, di ordinare il ricovero presso un manicomio di qualsiasi persona, bambini compresi. Fu così che continuarono ad essere internate mogli fedifraghe o presunte tali, madri snaturate, prostitute, omosessuali, persone affette da depressione, bulimia, anoressia e molto altro. Le strutture restarono quelle fatiscenti ante legem, la terapia continuò a basarsi su elettroshock, cinghie di cuoio, camicie di forza, cloroformio cinghie di cuoio, coma insulinico e farmaci sperimentali come cloropromazina e paraldeide, guardiani scelti per la loro forza e non infermieri.

Una situazione che peggiorò con l’emanazione del codice penale fascista: il codice Rocco, introdotto nel 1931 e in base al quale, fino al 1968, chi veniva internato in manicomio, automaticamente veniva iscritto nel casellario giudiziario. Durante il regime fascista, finirono nei manicomi molti dissidenti politici, tanto che il numero degli internati passò dai 60mila del 1926 ai 96mila del 1941. Un’applicazione strumentale della legge, faceva del manicomio uno mezzo di repressione politica e sociale. Il ricovero d’urgenza poteva essere statuito dall’autorità di pubblica sicurezza, o da un tribunale, ma soprattutto dal podestà che sulla base di una perizia compiacente poteva facilmente far passare un condannato o un oppositore per pazzo.

Nel 1978, al varo della legge Basaglia v’erano 98 ospedali psichiatrici, dove erano rinchiuse oltre 89mila persone.

Questa lunga premessa – di cui la scrivente si scusa con i lettori – è lo scenario in cui si svolge la storia di Elba, che inizia nel 1982, quattro anni dopo il varo della legge Orsini/Basaglia e si svolge in quello che lei così definisce e descrive: «il mezzomondo è la casa dei matti, ci stanno i cristiani che sembrano gatti: non hanno la coda, non sanno miagolare, però sono gatti. Gatti da legare… dentro ci sta Elba virgola che sono io, ma per me questo è il mondo intero, perché il resto che c'è non so neppure cos'è. Ahà». Qui comanda tutto il direttore Colavolpe, coaudivato dall’infermiera Lampadina che pratica ai malati l’elettroschock. Nel manicomio è come se ci fossero due squadre contrapposte da una parte il personale e dall’altra i pazienti. Chi si impietosisce dei malati viene mandato via, unica eccezione è Gillette – cosiddetta per via della peluria sul viso che si rade – che vuol bene ad Elba.

Elba è figlia di una donna, la Mutti, fuggita dalla Germania Est poco prima della costruzione del muro che, sposatasi con un ricco napoletano, dopo qualche anno si è ritrovata in manicomio perché colpevole di esser rimasta incinta di un altro uomo. Elba nasce lì. Quando inizia la narrazione ha 15 anni, dopo cinque trascorsi – per volere del giudice Tommaso Saporito (uno dei protagonisti de Il treno dei bambini) – presso un istituto di suore, dove ha subito solo maltrattamenti, pur di ritrovare la madre, si è fatta passare per pazza e viene reinternata al Fascione dove le dicono che la madre è morta, ma lei non ci crede.

La nostra protagonista è sopravvissuta grazie a quella madre che le ha insegnato tante cose, che inventava giochi per lei, «la mia Mutti era bella, i capelli di muschio dorato, gli occhi di foglie croccanti, le dita di edera rampicante. Con lei non c'era mai niente di male e se piangevo si metteva a cantare». Ora è sola, circondata da persone di cui annota sintomi e ne diagnostica le patologie in un Diario dei malanni di mente, lo redige per capire quale sia il suo male perché «Sapere è già un po’ guarire» . Diagnosi che tenta invano di condividere con il direttore Colavolpe che «non vuole mai ammettere che ho ragione, perché è geloso: io nella pazzia ci sono nata, mentre lui per arrivarci ci ha messo una vita.».

Sue compagne sono un’anoressica, la Nuova; Aldina, una poetessa colpevole di essere una militante politica; Nunziata, ex commessa della Rinascente; Nonna sposina, schizofrenica da quando è stata abbandonata sull’altare; Pina, una cleptomane soprannominata sprezzantemente dal direttore mappina; l’ossessivo Sandraccio ce-la-faccio, che pensa sempre a prendere la laurea che non ha scelto; Mastrolindo, un caratteriale ossessionato dal suo aspetto fisico e dal sesso. Tutti scaricati al Fascione dalle loro famiglie perché giudicati un peso, non pericolosi ma colpevoli di essere fuori dai canoni perché «i mica-matti odiano i matti, li chiudono nel mezzomondo e qui non ci vogliono mettere piede… tutti quelli che dànno fastidio nel mondo di fuori li portano qua, perché sono brutti, perché sono cattivi e perché sono poveri… è più comodo tenere tutti i difettosi in un unico posto nascosto, così nessuno li vede e non esistono più. Come dice quella pubblicità: Viavà, e la macchia se ne va.».

Elba ricorda alle sua compagne: «Nessuno verrà ad abbracciarci, dobbiamo abbracciarci da sole, altrimenti finiamo alla cinghia o all'elettricità. Ognuna è spaiata qua dentro, siamo bambole rotte che non vale la pena di riparare… l'unica differenza con i mica-matti: noi andiamo nude col nostro dolore sempre ben in mostra. La pazzia è una specie di verità…Impazzire può essere un risarcimento, per chi non ha niente di meglio».

Al mezzomondo i maltrattamenti sono all’ordine del giorno, per un non nulla viene praticato l’elettroschock e non fa nulla se i malcapitati – come, si scoprirà poi, è accaduto alla Mutti – così perdono la memoria.

Tutto cambia con l’arrivo del dottor Fausto Meraviglia, un allievo di Basaglia, che prova a coinvolgere operatori e pazienti e, anziché l’elettroschock. egli pratica la psicoterapia, fa uscire i pazienti all’aperto. Come capitò, in quegli anni, a molti psichiatri democratici, per queste sue iniziative egli viene arrestato, e scagionato torna al Fascione.

Ma anche il dottorino deve fare i conti con le vecchie pratiche e fare scelte dolorose.

In occasione di una nevicata eccezionale per Napoli, fa uscire all’aperto tutti i degenti, i tranquilli e gli agitati, e tra questi si scopre esserci la Mutti, ormai priva di memoria a causa dei tanti elettroschock subiti, Elba la vede, fa per andarle incontro e abbracciarla ma quella è come se non la vedesse. Per la ragazza è un trauma che le fa perdere la ragione e allora anche Meraviglia ricorre, suo malgrado, all’elettroschock.

Ritroviamo il dottor Meraviglia nel 2019, ormai vecchio e deluso dalla vita, timoroso di star perdendo la memoria «La dimenticanza, a pensarci bene, è l’ultima carezza della vita, lo sconto di pena previsto per chi ha vissuto troppo e ha più ricordi del necessario».

Abbandonato dalla sua famiglia, rievoca quegli anni, quando coraggiosamente portò a casa sua Elba per farla studiare e condurla verso una vita normale. Elba, verso la quale provava quel sentimento paterno che mai aveva provato per i propri figli: l’unica figlia che ho scelto.

Fausto ha voglia di morire «Sono stanco. Questa è la verità. L'infelicità degli altri, alla fine, ti entra nella radice dei capelli, si insinua sotto le unghie, è un tartaro che si incrosta tra denti e gengive, resistente come il calcare sulle fughe delle mattonelle del bagno, a lungo andare ti consuma fino a farti sanguinare i pensieri. E io l'ho praticata per troppo tempo… – e dice a se stesso – Meraviglia. Tra te e la psichiatria è finita come una storia d'amore quando viene a mancare la fiducia: si resta insieme ma si va ognuno per conto suo».

In fondo, anche lui ha sbagliato cercando di coartare la volontà di Elba, di programmare la sua vita, di decidere per lei, chissà forse ha fatto lo stesso con i propri figli che per questo hanno deciso di fare cose molto diverse da quelle che lui sperava.

Fausto crede di esser stato abbandonato da quell’unica figlia che ha scelto e invece… è tutta colpa delle poste.

Un libro assolutamente da leggere, non solo per la scrittura eccezionale, ma per la ricchezza dei temi affrontati che vanno dalla malattia mentale alla genitorialità, passando all’analisi della nostra società lanciata verso l’intelligenza artificiale, l’informazione, la vecchiaia e molto altro.

Adriana Spera
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