26. 09. 2020 Ultimo Aggiornamento 25. 09. 2020

Psicoanalisi e patologie sociali del nostro tempo. Intervista a Giovanna Leone dell'Università Sapienza

Giovanna Leone, Psicologa e Professore Associato presso l'Università Sapienza di Roma, attualmente insegna Psicologia sociale e della comunicazione, per gli studenti dei corsi triennali di Scienze della comunicazione; Psicologia della politica, per gli specializzandi in Editoria e nuove professioni della comunicazione; Psicologia di Comunità per gli studenti della Magistrale in Psicologia del Benessere e della Salute.

Autrice di numerose pubblicazioni, è full member di diverse associazioni scientifiche, tra cui AIP (Associazione Italiana Psicologia - sezione di Psicologia Sociale), EASP (European Association of Social Psychology), SIPSA (Società Italiana di Psicologia della Salute, membro del comitato esecutivo) SIPCO (Società Italiana di Psicologia di Comunità).

La professoressa Leone ha accettato molto gentilmente di rispondere ad alcune nostre domande e per questo la ringraziamo davvero tanto.

Professoressa Leone, perché la psicoanalisi nasce proprio nel centro dell'Europa? Sarà un caso che due guerre mondiali abbiano avuto proprio lì la loro origine?

Credo che all'origine del pensiero psicoanalitico, com'è rintracciabile nei primi scritti freudiani, ci sia stato un incontro fecondo tra varie forme di marginalità sociale, rilette alla luce delle intuizioni di una mente straordinaria.

Il primo grande marginale è stato, a mio avviso, Freud stesso: figlio di una famiglia ebraica, non trovò la sua collocazione nell'università della Vienna in cui si era molto brillantemente formato. Il fatto che l'accademia lo respingesse, per motivi che a mio avviso erano anche legati alle origini e al censo della sua famiglia, è stato in fin dei conti la sua e la nostra fortuna.

Ho visto in una mostra organizzata nella sua casa-studio viennese, vuota dell'arredamento che Freud portò con sé quando la principessa Bonaparte lo aiutò a organizzare il suo esilio a Londra, la copia di una lettera molto nobile e ironica in cui Freud rifiutava una cattedra che gli era stata offerta molto goffamente e soprattutto tardivamente, dopo che il modo in cui pensiamo alla nostra vita mentale era stato già rivoluzionato per sempre dai suoi scritti e dalla sua prassi terapeutica.

A partire dalla necessità di optare per la pratica clinica, cui lo aveva forzato la chiusura delle speranze in una carriera universitaria, Freud incominciò a incontrare persone appartenenti alle categorie marginali della società dell'epoca: donne “isteriche”, che soffocavano nella gabbia troppo stretta delle convenzioni benpensanti sul dover essere femminile, e uomini che avevano sperimentato la terribile fraternità delle trincee della prima guerra mondiale.

I versi di Ungaretti, “Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie”, dicono con meravigliosa concisione di questa attesa impotente della morte, cui la gioventù europea fu costretta.

Questa prima guerra mondiale segnò, come Benjamin intuì perfettamente, l'impossibilità per il reduce di narrarsi con semplicità e di venire ascoltato con reverenza al suo ritorno.

La necessità di reinventare nella pratica psicoanalitica un nuovo modo di ascolto della sofferenza dei sopravvissuti smascherò per sempre l'illusione di grandezza delle guerre precedenti, che trasfigurava l'esperienza bellica nel mito dell'eroe.

La negazione della sessualità, la comprensione dell'inutilità e della ferocia della guerra, la caduta delle illusioni in una natura falsamente angelicata della vita umana sono state, io credo, alla base del pensiero di questo grande irregolare, che ha inventato uno spazio-tempo speciale, dedicato a chi è spinto ai margini della vita sociale. La sua voce, profondamente immersa nella cultura europea – Freud ricevette il premio Goethe per la qualità della sua scrittura, e arricchì ogni suo scritto di riferimenti continui all'arte, all'architettura, ai miti classici greci – entrava in dialogo con i suoi pazienti attraverso l'offerta di un'interpretazione.

Nella sua grande originalità, questa invenzione terapeutica riecheggiava in qualche modo il midrash, il commento che considera i testi sacri come segni inesauribili, da cui trarre atti di significazione molteplici. Né si può dimenticare, dietro alla decisa scelta freudiana della “via regia” dell'interpretazione dei sogni, la saggezza ebraica che compara ogni sogno non meditato adeguatamente da chi lo ha avuto a una lettera che il destinatario ha dimenticato di leggere.

In sintesi, credo che il grande pensiero europeo tra le due guerre mondiali, di cui Freud è un'espressione formidabile, sia emerso contemporaneamente da una grande tensione e violenza, che ha dato vita a fenomeni terribili, e da una altrettanto grande capacità di far dialogare tra loro le diversità culturali, aprendosi all'insegnamento delle minoranze emarginate e creative, quelle che Serge Moscovici ha definito “le minoranze attive”.

Credo, inoltre, che questa chiave di comprensione, che Lei suggerisce per spiegare le radici passate del pensiero psicoanalitico, possa essere valida ancora oggi, per cogliere le novità che l'Europa è in grado di esprimere nel contesto storico attuale, gravido di minacce ma anche di potenzialità. Penso ad esempio, da un lato, alla nostra politica estenuata, che inclina con facilità verso il cinismo impotente o il populismo violento, e, d'altro lato, alle migliaia di volontari che accorrono a sostenere i migranti che cercano di raggiungerci, inventando continuamente gesti di comunicazione semplici e potenti, che superano con un'efficacia stupefacente distanze culturali immense .

La psicoanalisi potrebbe definirsi come primo tentativo di rispondere alla malattia del pensiero occidentale: l'individualismo?

Per rispondere a questa domanda vorrei ricordare una illuminante distinzione che un grande storico della psicologia, Robert Farr, tracciava rispetto alle teorie: dicendo che tutte le nostre teorie sono teorie sulla mente, ma solo pochissime sono destinate a diventare teorie nella mente, cioè a trasformarsi in strumenti di riflessione su sé stessi usati dalla maggioranza delle persone di buona cultura, e non solo dai professionisti della ricerca psicologica.

Certamente, la psicoanalisi è un esempio preclaro di teoria sulla mente che è diventata anche teoria della mente: se ieri si poteva insultare il proprio ragazzo rimproverandogli di essere mammone, oggi gli si può dire che non ha superato del tutto il complesso di Edipo.

Al di là delle battute, credo che la psicoanalisi abbia aiutato il processo di autoconoscenza che la cultura in cui viviamo ha iniziato da moltissimo tempo, riflettendo sulla propria inquietudine interiore come faceva anche Sant'Agostino nelle sue Confessioni.

Più che l'individualismo, penso che un problema che si può imputare al pensiero psicoanalitico è il sospetto che una parte delle proprie azioni non ricada sotto la propria diretta responsabilità. Questo rischio ha due facce. Da una parte, la psicoanalisi ci ha consentito di scoprire l'importanza dei moventi inconsci in molti momenti della nostra quotidianità (gli atti mancati, i lapsus, i motti di spirito, tutte quelle piccole difficoltà che caratterizzano quella che Freud chiamava la psicopatologia della vita quotidiana). In tal modo, ha realizzato quella che è stata significativamente chiamata una salutare “mortificazione” scientifica delle nostre idee su noi stessi.

Galileo, rischiando molto, ha mortificato la nostra pretesa che il sole ci girasse intorno. Darwin, incontrando ironie e attacchi, ci ha mostrato che ci sono molte continuità tra noi e quegli animali che ci illudevamo di dominare a partire da un'incomparabile superiorità. Freud ci ha mostrato che “l'Io non è padrone in casa sua” e che deve continuamente venire a patti con processi che in parte sfuggono alla sua consapevolezza. Ma questa salutare mortificazione può tradursi in una giustificazione: poiché non dipende da me, non sono responsabile dell'eventuale danno che provoco nell'altro.

Credo che la fuga dalla responsabilità nella vita personale e sociale sia il grande rischio a cui è esposto chi si rende conto, fino in fondo, di quanto la vita mentale sia molto più complessa dei processi che avvengono in modo consapevole.

Ma voglio anche dire che quest'ottica auto-giustificatoria non era affatto presente nel pensiero originale di Freud; che anzi, al contrario, descriveva il fine della terapia dicendo che, al termine di una terapia ben fatta (e, in quanto tale, non proseguita in modo interminabile) “là dove c'era l'Es ci sarà l'Io”.

E l'individualismo potrebbe favorire la schizofrenia?

Molto velocemente, le rispondo dicendo che io invertirei l'ordine della domanda. Penso infatti che sia la schizofrenia, in quanto disturbo grave del pensiero e dell'affettività, a isolare le persone dal mondo sociale. Ho avuto l'immeritata fortuna di lavorare, da giovanissima laureata in psicologia, alla riabilitazione di pazienti che avevano trascorso una vita nel manicomio romano “Santa Maria della Pietà”, a seguito dell'opera scientificamente magnifica e civilmente necessaria di Franco Basaglia.

Ho avuto, quindi, un'esperienza diretta di come la malattia renda difficile conservare una rete di rapporti sociali accettabili. Ma ho anche scoperto quanto le persone comuni (tassisti, vigili, edicolanti, barman, oltre all'eroismo delle famiglie) possano riportare chi soffre di questi disturbi a una vita accettabile.

In questo, bisogna però riconoscere due cose. La prima, è l'importanza dello sviluppo dei farmaci. La seconda, è la consapevolezza che sappiamo, in realtà, ancora molto poco della genesi dei disturbi, e che dovremmo essere molto cauti nel cadere in facili e inutili psicologismi.

Il nazismo e il fascismo hanno perso militarmente, ma hanno vinto in termini culturali. Per riuscire ad omologare hanno inventato le leggi razziali, quando però la gente non era razzista. Oggi la gente è razzista, ma senza le leggi. Qual è il suo parere?

Il mio parere, come psicologa sociale che ha imparato molto dalla lezione malinconica ma molto chiara di Tajfel, è che il razzismo sia l'espressione di una difficoltà della mente di entrare in contatto con la multiformità del mondo. In quanto tale, in forma latente, è un rischio possibile in ogni interazione con gli altri.

Perché le nostre risorse mentali sono limitate, abbiamo la tendenza incoercibile a semplificare, etichettare, dividere la stupefacente varietà dei percorsi storici e culturali delle esistenze di tutti nella scontata contrapposizione tra un “noi” e un “loro”: e quando questo avviene, è ovvio che “noi” siamo molto migliori di “loro”. Solo l'affetto può renderci sensibili all'unicità degli individui che abbiamo di fronte, e farci accorgere del tanto che condividiamo con l'altro.

Per tornare ancora una volta a Freud, nella sua analisi di come i leader potessero portare pericolosamente le masse a ubbidire a ordini distruttivi nei confronti di chi veniva etichettato come inferiore e nemico, diceva che solo due tipi di persone si sottraevano a questo tipo di propaganda: i nevrotici, sempre impegnati con i propri fantasmi, e gli innamorati!

Nelle relazioni sociali con gli altri, le emozioni non ci accecano, al contrario: solo l'empatia verso un altro essere umano, nella sua semplicità di emozione sociale primaria, può mostrare il vuoto della propaganda razzista. La forza distruttrice dei regimi politici sta, anche seguendo il grande pensiero espresso da Hannah Arendt nel suo studio sul fenomeno del totalitarismo, nel rendere opaca e irrilevante la rete delle relazioni primarie empatiche, a favore di una fedeltà rigida a un'idea astratta di socialità. Avviene allora quello che accade nel terrore della rivoluzione francese: per amore di un'idea dell'umanità, si tagliò la testa a molti uomini concreti.

Alla fine degli anni '60, Pasolini su Il tempo illustrato curava una rubrica che si chiamava "Il caos" e, scherzosamente, parlava della borghesia come di una malattia, paragonandola al vampirismo ... anzi parlava di posizione borghese come contagio e lo definiva (sempre scherzando) vampirismo. Lei è d'accordo con Pasolini?

Per quelli della mia generazione, Pasolini è stato una luce, una voce controcorrente in una situazione sociale che era molto opprimente e conformista, e molto violenta verso ogni tipo di diversità.

L'opera di Pasolini, ma anche la sua stessa vita e la sua terribile morte - con il corteggio dei commenti meschini e grotteschi che la seguirono ad eterna conferma della tendenza sociale incoercibile a incolpare la vittima - sono state una lezione ininterrotta di come le aspettative di normalità, continuamente reiterate in un certo parlato borghese, fossero una forma sottile ma al tempo stesso orribile di oppressione.

Accanto a questa opera di smascheramento, Pasolini ha mostrato, anche con grande poesia, la capacità delle persone che occupano una posizione sociale più umile di comprendere meglio la vita e di offrire a chi è in difficoltà una solidarietà semplice ma potente.

Penso alla scena finale dell'episodio “le nuvole” in cui due vecchie marionette inutili, buttate su un mucchio di spazzatura – animate dalla naturalezza di Ninetto Davoli e dalla grandezza di Totò – , dialogano tra loro non sulla tristezza del loro destino, ma sulla bellezza delle nuvole che passano nel cielo.

Alcuni miei ricordi di infanzia però (soprattutto il modo in cui, nelle famiglie contadine, le donne mangiavano in fretta in piedi in cucina, mentre gli uomini aspettavano di essere serviti seduti a tavola; o la tristezza senza fine degli anziani analfabeti, che chiedevano arrossendo a noi bambini di leggere per loro l'indirizzo della strada o la targa dello studio medico) mi rendono anche un po' scettica nel rivestire la cultura contadina arretrata degli anni '50 di un'armonia che spesso non è stata sua.

Ad esempio, Pasolini aveva una coscienza quasi dolorosa del ruolo contaminante della televisione: ma per una come me, figlia di un maestro elementare del dopoguerra, la televisione è stata prima di tutto quella del maestro Manzi e della lotta vittoriosa contro l'analfabetismo, cioè quell'opera di educazione di massa che gli studi di Tullio De Mauro ci hanno insegnato ad apprezzare. In questo senso, ho spesso avuto il dubbio che uno dei problemi italiani sia stato quello di non avere avuto una vera grande borghesia illuminata, piuttosto che di averne avuta troppa.

Il terrorismo di oggi potrebbe definirsi un vampirismo alla Pasolini?

Il terrorismo odierno si nutre delle tecnologie e delle risorse della globalizzazione, riportandoci a scene macabre di un estremo primitivismo.

Mi chiedo spesso come Pasolini, così sincero e profondo, avrebbe potuto aiutarci a comprendere i tempi molto duri che stiamo vivendo. Recentemente ho letto un libro molto bello, in cui si propone di chiamare il terrorismo odierno con il nome di “orrorismo”, suggerendo che ciò che si vuole suscitare è non solo la tensione di non sentirsi mai al sicuro, smentendo ogni garanzia che ci aspettiamo di avere nella vita sociale, ma anche un orrore muto e paralizzato di fronte all'attacco feroce alla dignità del corpo, disumanizzato in pratiche esibite di macellazione e mutilazione.

Mi colpisce soprattutto l'idea che queste pratiche possano essere insegnate ai bambini sotto forma di gioco. Vampiri si nasce; macellai di altri esseri umani si diventa, e bisogna cominciare questo training da piccoli.

Queste osservazioni/domande non le sembra che seguano un filo delle corrispondenze?

Ci sono molte corrispondenze tra queste domande, perché tutta la vita mentale è una trama di associazioni, che riesce a collegare e a dare un senso univoco alla multiformità degli accadimenti.

Penso che una riflessione che viene spesso trascurata è come si possa riuscire a non sovra-interpretare, cioè a non imporre sempre una trama di senso anche a quello che si presenta in modo disordinato. Non sovra-interpretare vuole dire, inoltre e soprattutto, non considerare quello che accade ripetendo ancora e ancora delle cornici di senso note, ma infrangere le aspettative rilevando che sta accadendo qualcosa di inedito.

La grandezza della mente sta, a mio avviso, nel sapersi accorgere sia delle corrispondenze e delle associazioni, sia delle cose nuove e sorprendenti. Chi ha considerato profondamente questo aspetto spesso trascurato della vita mentale è stata ancora una volta Hannah Arendt, quando ha parlato della natalità: cioè del fatto che ogni nuovo nato è una persona che, sia pure generata dai propri genitori e influenzata profondamente dagli altri durante tutto il corso della propria vita, è un essere unico, che non si ripeterà.

La cosa che trovo più appassionante, nella riflessione sulla psicologia che è il mio lavoro, è scoprire che – malgrado tutta la comprensione che le teorie e le ricerche mi possono dare – c'è sempre qualcosa di imprevisto che la persona può fare, una scelta inaspettata con cui può stupire gli altri ma anche se stessa.

La smentita della nostra capacità di interpretare e prevedere è a mio avviso non il limite, ma la più bella scoperta a cui la psicologia ci può condurre.

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