22. 07. 2018 Ultimo Aggiornamento 19. 07. 2018

50 anni dal terremoto del Belice

Categoria: L'angolo di Boschi

Nella notte fra il 14 e 15 gennaio del 1968, la Valle del Belice fu colpita da una sequenza di forti terremoti. La prima forte scossa ci fu alle ore 13:28 del 14 gennaio, con gravi danni a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, una seconda alle 14:15; nelle stesse località ci fu un'altra scossa molto forte, che fu sentita fino a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Nella notte, alle 02:33 del 15 gennaio, una scossa molto violenta causò gravissimi danni e si sentì fino a Pantelleria. Ma la scossa più forte si verificò poco dopo, alle ore 3:01, quella che causò gli effetti più gravi. A questa ne seguirono molte altre minori.

L’evento fece molto scalpore. Nessuno sapeva che quella zona potesse provocare terremoti fino a magnitudo elevate. A memoria d’uomo e per un’assoluta mancanza di dati storici si era convinti che la zona fosse tranquilla. Si pensava che la sismicità siciliana si concentrasse tutta nella parte orientale, naturale continuazione della fortissima sismicità calabrese. Nel 1693 vi si era verificato il terremoto detto della Val di Noto, di magnitudo sicuramente superiore a 7, che rase al suolo quasi tutto, e nel 1908 ci fu il notissimo terremoto di Messina che provocò un devastante maremoto e che ebbe grande risonanza internazionale.

In realtà, pochi in Italia si dedicavano allo studio sistematico della Sismologia nel 1968. Bisognerà aspettare i terremoti del Friuli, 1976, e dell’Irpinia, 1980, perché si cominciasse a studiare in maniera organizzata la distribuzione e le caratteristiche fisiche dei nostri terremoti.

Il terremoto è una frattura che si propaga con una velocità di qualche chilometro al secondo nella crosta terrestre. La crosta è lo strato sottile, con uno spessore più o meno fra i 5 e i 30 km, che contiene tutta la Terra. Le rocce che compongono la crosta sono fragili. Il termine "fragile" è da intendersi in senso tecnico: è fragile ciò che si può fratturare. L’opposto di “duttile" che è un mezzo che si può modificare, che può anche fluire, ma che non si può fratturare. Una zona della crosta terrestre viene sottoposta ad azioni molto energiche da forze interne al Pianeta. Viene deformata. Il processo di deformazione può durare decenni, secoli, addirittura millenni ma ad un certo momento le rocce si romperanno e alla frattura sarà associata la produzione di onde meccaniche: le onde sismiche, che, andando a sollecitare le fondamenta di edifici mal costruiti, ne provocano un rapidissimo crollo.

Troppe immagini di crolli sono nella nostra mente per terremoti, anche non particolarmente violenti, che si verificano sistematicamente nel nostro Paese.

Dal 1600 ad oggi, in Italia si sono verificati 200 terremoti di magnitudo pari o superiore a 5.5. In media, uno ogni due anni. La magnitudo 5.5 è quella a cui si cominciano ad avere vittime e danni importanti. Di questi 200 terremoti, 69 sono di magnitudo pari o superiore a 6.0: si ha una scossa 6.0 mediamente ogni sei anni. 30 hanno magnitudo 6.5 o superiore e si verificano ogni 14 anni. Dal 1600 ad oggi, quindi ogni 50 anni circa, abbiamo avuto 8 terremoti con magnitudo 7.0 e oltre.

Quando si verificò in Belice, non esisteva una conoscenza organizzata della sismicità italiana: una zona veniva classificata sismica solo dopo che era stata colpita da un terremoto. A partire dal terremoto irpino del 1980, si comincia a pensare ad una mappa ufficiale della sismicità italiana. Molti furono i tentativi ma solo nel 2006 la Mappa di Pericolosità Sismica ebbe una veste formale, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Fu redatta, su richiesta della allora Commissione Grandi Rischi, per adempiere a una norma finalmente emanata dallo Stato. Fu elaborata principalmente dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Venne anche coinvolta il più possibile la comunità scientifica esterna all'Ingv.

L’elaborazione venne monitorata costantemente da un panel internazionale di ricercatori, che ne rilasciò un giudizio finale molto lusinghiero. Divenne riferimento dello Stato con l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 3519/2006 e costituì la base per la attuale normativa sismica con il consenso formale della comunità degli ingegneri sismici.

La Mappa è il punto di partenza per la determinazione del rischio sismico di qualunque edificio o agglomerato di edifici, in qualunque luogo si trovino. È, quindi, il passo fondamentale verso una seria prevenzione per la messa in sicurezza del nostro patrimonio edile che richiede anche altri passaggi tecnici, amministrativi e, soprattutto, politici.

Spesso si sente parlare di previsione dei terremoti. La cosa non è sensata perché i fenomeni geofisici che caratterizzano il verificarsi di un terremoto sono caratterizzati da una grande complessità e sono inaccessibili, all'interno della Terra, all’osservazione diretta. La previsione dello svolgimento di un processo fisico non può che essere il risultato dell'inserimento di dati di osservazione in un modello consistente. Questi dati rappresentano i valori numerici delle grandezze fisiche che compaiono nella teoria, comprese le condizioni iniziali del sistema studiato. Quando un sistema fisico è governato da leggi non lineari, come avviene in Sismologia, una piccola imprecisione nelle condizioni iniziali può alterare completamente l'evoluzione del sistema: è questo il caso della meccanica delle fratture applicata allo studio dei terremoti. Tale comportamento, chiamato caotico, preclude la possibilità di previsioni deterministiche: sono possibili solo previsioni di tipo probabilistico.

Allora non resta che fare come hanno fatto la California, il Giappone, la Turchia, il Cile, la Nuova Zelanda ... che hanno prodotto e stanno producendo un'edilizia che salvaguarda la vita e i beni. Solo l'Italia, fra i Paesi sviluppati, nulla sta facendo per difendersi dai terremoti. Anzi è sempre più forte l'impressione che la bassa qualità costruttiva sia voluta per poter ricostruire più spesso e così avere benefici economici più frequenti.

Concludendo, dal terremoto del Belice di cinquant’anni fa le nostre conoscenze sismologiche hanno avuto uno sviluppo impressionante ma il rischio sismico a cui siamo sottoposti è rimasto lo stesso. Anzi è peggiorato perché si è continuato a costruire molto e in modo dissennato.

Addendum

Alla fine dell’anno passato è stata rinnovata la Commissione Grandi Rischi. Il professor Gabriele Scarascia Mugnozza è stato nominato Presidente. Aveva ricoperto la carica di Vice Presidente della Commissione dal 2013 al 2017, quando si dimise per protestare contro una delle incongrue esternazioni del suo predecessore particolarmente grave. Quella delle dighe di Campotosto in Abruzzo equiparate alla tragedia del Vajont, che provocò tanta ilarità ma anche molta preoccupazione in tutti coloro che hanno a cuore le sorti della Protezione Civile.

Scarascia Mugnozza è ordinario di Geologia Applicata presso La Sapienza di Roma. Alla Sapienza è anche Prorettore per i rapporti con il territorio e per l’ambiente.

I suoi interessi scientifici vertono nel campo dei rischi geologici. Principalmente si interessa alla pericolosità idrogeologica e alla pericolosità sismica. Su tali argomenti ha pubblicato su riviste Internazionali numerosi importanti lavori.

Scarascia Mugnozza è ancora giovane, è molto equilibrato, rigoroso e competente. Saprà affrontare con serenità, decisione ed efficacia il delicato incarico che gli è stato affidato.

Al nuovo Presidente della Grandi Rischi giungano le congratulazioni e gli auguri di tutto Il Foglietto della Ricerca e miei personali.

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Geofisico dell’Accademia del Lincei


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