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Domenica, 16 Giu 2024

di Enzo Boschi*

E' successo che sono state rivolte critiche ai due rappresentanti del personale in seno al cda dell'Ingv. Non so se sono meritate o ingiuste e onestamente la cosa mi interessa molto poco. Mi interessa però il fatto che i due, forse nell'impossibilità di difendersi adeguatamente, hanno tirato in ballo la "passata gestione", come hanno fatto in altre circostanze altri personaggi per giustificare i loro fallimenti. Ottenendo, con il riferimento alla "passata gestione", sempre scarsissimo successo e talvolta anche "ingenti perdite", vista la poca credibilità di cui ormai godono.

Per tentare una reazione, con tecnica poco originale i due non rispondono nel merito delle critiche ricevute, ma cambiano argomento e affermano che hanno apportato importanti novità alla organizzazione dell'Ingv. Novità che costituirebbero rilevanti discontinuità e un netto progresso rispetto alla "passata gestione", sottintesa oscurantista e arretrata. Purtroppo per loro la "passata gestione" ha buona memoria (aiutata da 29 agende piene di appunti) e conoscenze dettagliate. Immaginare che i due siano stati capaci di apportare un benché minimo miglioramento a una struttura complessa come l'Ingv richiede un notevole sforzo di immaginazione e forse un atto di fede.

E' del tutto evidente che i meriti che si attribuiscono (scelta dei direttori di sezione sentendo la base e progetti premiali che vengono dal basso) non sono certo riconducibili a loro e sono irrilevanti non tanto per sviluppare l'Istituto, che ormai sembra solo un sogno, ma anche soltanto per rallentarne il declino.

Non desta alcun interesse quello che scrivono, mentre è degno di attenzione il problema posto: ha senso che rappresentanti del personale siedano nel cda? E se sì, che cosa devono fare?

La presenza di dipendenti in seno al cda è un argomento che è stato assai dibattuto in molti Istituti di Ricerca. Fino alla nascita dell'Ingv (formalmente nel 1999, ma operativamente nel 2000), nel cda dell'Ing (senza V) era presente un rappresentante del personale. Il primo fu Calvino Gasparini che nominai anche Vice Presidente, figura allora prevista dal Regolamento.

Nominai Calvino perché in quel tempo ogni mia azione era rivolta a cercare il consenso del personale e coinvolgerlo nelle decisioni. L'Istituto era debolissimo e avevo bisogno di tutto e di tutti per superare una fase durissima. Nominando Calvino feci arrabbiare due prestigiosi (almeno così si consideravano) "baroni" romani, membri del cda, che già vedevano malissimo il fatto che un professore di Bologna si fosse "impossessato" di un Istituto di Ricerca da sempre considerato una piccola appendice della mitica Sapienza.

I due "baroni" non mi perdoneranno mai lo "sgarbo" e mi faranno dispetti di varia natura negli anni a seguire. Dispetti innocui ma fastidiosi. Uno dei due e' scomparso recentemente; l'altro, benché quasi novantenne, continua tenacemente.

In un certo senso danneggiai Calvino perché era diviso fra il suo ruolo quasi sindacale di rappresentante del personale e l'incarico di Vice Presidente, che lo portava naturalmente a preoccuparsi del buon andamento dell'Istituto. Le due cose, come sanno coloro che hanno avuto esperienze di questo tipo, solo in teoria vanno di pari passo.
Comunque, Calvino dette un contributo essenziale al rilancio dell'Istituto e averlo umiliato recentemente, mandandolo via dall'Osservatorio di Rocca di Papa, è stata una inutile cattiveria, che grida vendetta al Cielo.

Finito il mandato, Calvino fu sostituito da Paolo Favali. Forte dell'esperienza passata, non nominai Paolo Vice Presidente. Così si poté dedicare esclusivamente agli interessi del personale.

C'è da dire che nel frattempo l'Istituto, pur sempre con tante difficoltà, aveva superato brillantemente la fase eroica, quella della lotta per la sopravvivenza. Finalmente si discuteva di carriere, concorsi, indennità, rimborsi ... insomma di soldi. Favali era durissimo: i suoi scontri con il Direttore Generale, l'indimenticabile Cesidio Lippa, erano epici, anche per questioni marginali.
Ricordo che Favali, prima e dopo la riunione del cda, si incontrava con il personale, forse per discutere strategie e per raccontare quello che era successo nella riunione. Dico forse perché ovviamente né Lippa nè io eravamo ammessi.

A me non importava, ma a Lippa dispiaceva perché era convinto che Paolo ne approfittasse per portare il personale "sulla cattiva strada".

Importante in quel periodo il ruolo di Tullio Pepe, che faceva da paciere fra i due e da "pontiere" fra le varie anime dell'Istituto. Ciononostante erano tempi belli, molto produttivi e sopratutto molto divertenti.

Si discuteva di questioni molto delicate: per esempio, come si rimborsano le spese e come si compensano le attività connesse alla sorveglianza 24 ore su 24. Sembra una cosa banale adesso ... ma allora la questione non era regolata in nessun ente di ricerca. Bisogna anche tener presente che il servizio di sorveglianza cominciò molto prima dell'arrivo dei telefonini, iPad ...

In più, su tali argomenti la legislazione italiana è confusa, ai miei occhi terrificante! Questo mi permetteva di lasciare andare la fantasia a briglia sciolta, con risultati spesso positivi.

La mia gestione dell'Ingv, la "passata gestione", è avvenuta senza nessun rappresentante del personale nel cda. Nella mia visione, il cda ha un ruolo puramente notarile: tutte le decisioni si prendevano infatti nel Collegio di Istituto, costituito dai Direttori di Sezione. Una struttura mutuata dall'Infn. Le riunioni del Collegio erano lunghe, dure, talvolta sgradevoli. Ero molto abile nel prendermi tutti gli aspetti positivi e dare quasi tutte le colpe a Tullio Pepe, lasciandogli anche le seccature.

Le riunioni del cda duravano, invece, al massimo due ore ed erano poco frequenti: il minimo indispensabile. I membri all'inizio, quando arrivavano, nella loro ingenuità pensavano di poter dar ordini ai ricercatori. La cosa mi faceva imbestialire e rinunciavano rapidamente. I Direttori di Sezione erano nominati dal cda su proposta del Presidente, il quale maturava la sua decisione, sentito il personale delle sezioni.

Pretendevo che i Direttori fossero scientificamente indiscutibili, essendo l'Ingv un ente di ricerca e chi dirige deve essere rispettato. Sottolineo un punto: tutte le nomine erano fatte "su proposta del Presidente" e non erano ammesse interferenze. Ovviamente i membri del cda potevano argomentare e non condividere ma, alla fine, sempre "su proposta" del Presidente venivano fatte le nomine e sempre senza interferenze. Questa filosofia può essere criticata anche aspramente, ma per poterlo fare in maniera credibile bisogna prima meritare giudizi migliori di quelli ottenuti dall'Ingv per il periodo 2004-2010.

Rispondendo alla domanda che le critiche rivolte ai due consiglieri interni pone, la mia opinione è che il cda deve essere fatto esclusivamente da esterni, in rappresentanza dei Ministeri interessati all'ente. I membri nominati devono controllare che siano perseguiti gli scopi dell'Istituto o che almeno si tenti di farlo seriamente, devono aiutare a utilizzare al meglio le risorse disponibili e sopratutto a reperirle.

Le decisioni le devono prendere liberamente coloro che hanno scelto di dedicare la propria vita a un ente di ricerca importante per la scienza e per la sicurezza. Sopratutto devono essere lasciate a coloro che se ne intendono, cioè a chi lavora con successo su temi che richiedono scelte importanti per il futuro dell'ente e della sua vita.

Non a caso il Programma di attività, specialmente il primo che facemmo, veniva assemblato partendo dalle proposte che arrivavano da ricercatori singoli o da gruppi. La parola d'ordine era "Nessuno si senta escluso", mutuata da Francesco De Gregori!

C'erano poi discussioni anche feroci sulla maggiore o minore importanza che certi temi ricevevano nella stesura finale ma le consideravo manifestazioni di buona salute. Forse non c'erano "progetti premiali dal basso", ma c'erano i soldi per mandare avanti tutti i progetti interessanti, "premiali" e non, dal basso o dall'alto, da destra e da sinistra.

Il comportamento di certi membri del cda sarebbe comprensibile se l'Istituto fosse una struttura privata, di cui loro avessero acquistato una quota. In un ente pubblico, il cda, Presidente compreso, è soltanto una struttura di servizio per le attività dei ricercatori e per il Paese. I ricercatori bene farebbero a ricordarlo anche in maniera energica ai loro consiglieri.

Tutto ciò premesso, invito e consiglio a cessare ogni tentativo di scaricare fallimenti di qualunque natura sulla "passata gestione", perché, come ho già detto, la "passata gestione" ha molta memoria, sempre meno pazienza e una certa tendenza a incattivirsi.

*Geofisico

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