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Giovedì, 30 Apr 2026

La sclerosi multipla (SM) è una malattia neurodegenerativa che interessa il sistema nervoso centrale e colpisce oltre 2,8 milioni di persone nel mondo.

Ora, un team multidisciplinare dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con la Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico e il CNR-Istituto di Fisiologia Clinica, ha condotto uno studio pilota per esplorare una possibile nuova terapia.

Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Brain Stimulation, ha coinvolto un piccolo gruppo pazienti con SM e spasticità (una rigidità muscolare tipica della malattia), che hanno ricevuto per cinque giorni consecutivi una stimolazione reale o una finta (placebo).

I ricercatori hanno poi analizzato il sangue e le urine dei pazienti per misurare i biomarcatori legati allo stress ossidativo e all’infiammazione, due processi chiave nella progressione della malattia. I risultati hanno mostrato una riduzione dei radicali liberi (ROS) e un aumento della capacità antiossidante (TAC), con correlazioni significative con aspetti cognitivi e sociali della qualità della vita.

«L’effetto della stimolazione spinale sui biomarcatori di ossidazione e infiammazione rappresenta un’indicazione promettente della possibilità di intervenire su meccanismi patogenetici centrali della malattia», dichiara Alberto Priori, direttore della SC di Neurologia dell’ASST-Santi Paolo e Carlo e direttore del Centro di Ricerca ‘Aldo Ravelli’ dell’Università degli Studi di Milano. «Si tratta di una linea di ricerca coerente con l’approccio innovativo che perseguiamo da anni nella neuromodulazione non invasiva».

«Il nostro approccio metodologico ha integrato modelli computazionali, analisi biomolecolari e scale cliniche, in una prospettiva sistemica e personalizzata», aggiunge Sara Marceglia, professoressa di bioingegneria all’Università degli Studi di Milano. «È un primo passo verso la definizione di protocolli predittivi per trattamenti personalizzati nei pazienti con SM».

Sul piano dei meccanismi biologici, lo studio suggerisce un possibile coinvolgimento di marcatori associati a rimielinizzazione e neuroprotezione, come la transtiretina e l’interleuchina-6. «I risultati ottenuti indicano che, anche in studi su piccoli campioni, l’utilizzo di biomarcatori specifici può offrire informazioni cruciali sull’efficacia e sui target della neuromodulazione», sottolinea Simona Mrakic-Sposta, fisiologa del CNR-IFC.

«Questo studio evidenzia come l’approccio della psicobiologia, che integra componenti neurobiologiche, comportamentali e cliniche, sia fondamentale per comprendere e modulare le dinamiche mente-corpo nella SM. La possibilità di intervenire anche sugli aspetti psicosociali della qualità della vita attraverso strategie non farmacologiche, sicure e personalizzabili, rappresenta quindi una prospettiva concreta per la presa in carico integrata delle malattie neurologiche complesse», conclude Roberta Ferrucci, neuropsicologa presso il la Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico e docente di neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano.

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