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Venerdì, 06 Mar 2026

I funghi del genere Trichoderma sono tra i principi attivi di natura biologica più diffusi in agricoltura sostenibile per contrastare le malattie delle colture e ridurre l’impiego di agrofarmaci di sintesi.

 

 

Proprio perché vengono prodotti e distribuiti su larga scala, è diventato sempre più importante comprenderne il comportamento e i possibili effetti collaterali sull’ambiente. Su questo punto fa luce un lavoro internazionale pubblicato su Nature Microbiology, al quale ha partecipato anche l’Università di Pisa.

L’analisi aiuta a capire perché Trichoderma sia così efficace nel controllo dei patogeni e indica come distinguere i ceppi più adatti all’uso agricolo da quelli che richiedono maggiore cautela. L’approccio proposto combina l’esame del patrimonio genetico con l’osservazione del comportamento ecologico, permettendo di individuare specie capaci di proteggere le colture senza aumentare i rischi di diffusione e persistenza nell’ambiente.

Ricercatori e ricercatrici hanno esaminato 37 specie di Trichoderma, valutandone oltre 140 caratteristiche biologiche legate al metabolismo, alla resistenza agli stress ambientali, alla capacità di diffusione e alle strategie riproduttive. Molte delle specie analizzate sono micoparassite: vivono cioè a spese di altri funghi, la maggior parte dei quali dannosi per le piante. Proprio per questa capacità svolgono un ruolo importante come agenti di biocontrollo, contribuendo a limitare naturalmente la diffusione delle malattie vegetali.

Ma allo stesso tempo, le specie analizzate hanno mostrato una forte variabilità di comportamento. Alcune, se non selezionati con attenzione, possono sfruttare condizioni favorevoli e produrre effetti non previsti, come una diffusione oltre l’area trattata, interferenze con altri organismi utili o problemi in contesti colturali specifici, documentati soprattutto nelle coltivazioni di funghi edibili e solo in casi isolati su piante coltivate. In alcuni casi, determinate specie sono state associate a malattie delle piante, a problemi nella produzione di funghi coltivati e, molto raramente, a infezioni nell’uomo in presenza di particolari condizioni di vulnerabilità.

Questo lavoro contribuisce a rendere l’agricoltura sostenibile non solo più vicina, ma anche più consapevole, mostrando come l’impiego di organismi benefici debba poggiare su una conoscenza approfondita delle loro caratteristiche biologiche e dei possibili effetti a lungo termine sull’ambiente e sugli organismi non bersaglio”, spiega Sabrina Sarrocco, professoressa di Patologia vegetale del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa, da poco nominata vicepresidente della SIPaV, Società Italiana di Patologia Vegetale, e tra le autrici dello studio.

L’articolo, intitolato “Phenogenomics reveals the ecology and evolution of Trichoderma fungi for sustainable agriculture”, è stato realizzato nell’ambito del Community Science Program del U.S. Department of Energy Joint Genome Institute, coordinato dal Royal Botanic Gardens (Kew), in collaborazione con una rete internazionale di ricercatori di Trichoderma. Le osservazioni si sono basate su ricerche condotte in laboratorio e su campioni di suolo naturale, affiancate da analisi genomiche e da test ecologici su terreni forestali e agricoli.

(Fonte: Unipi)

 

 

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