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Martedì, 23 Lug 2024

Uccisa, ua settimana fa, con quattro colpi di pistola, mentre dormiva nella sua casa di Esperanza Intibucà, Berta Caceres, l'ecologista indigena honduregna nota per le sue battaglie a difesa dell'ambiente.

Una morte annunciata ove si consideri che, pochi giorni prima,  Berta e altri 200 esponenti della sua comunità indigena sono stati oggetto di gravi intimidazioni, in occasione di una manifestazione e che, sempre a febbraio, alcune comunità del popolo Lenca, la stessa etnia di Caceres, erano state espulse dalle loro terre con la forza.

Un'altra paladina della terra che cade per mano di “pistoleros” al libro paga di imprese o di grandi latifondisti, secondo l’Ong Global Witness. Solo nel 2014, nel mondo sono stati uccisi 116 difensori della terra, in media due a settimana, di essi il 40% erano indigeni.

La polizia sostiene si sia trattato di una rapina, ma questa non è che l'ennesima esecuzione nei confronti di chi si batte contro le grandi opere che devastano i territori dove vivono le popolazioni indigene, tant'è che, il sindacato Ituc chiede un'inchiesta internazionale per scoprire autori e, soprattutto, mandanti del delitto.

Caceres, che apparteneva alla comunità Lenca - il gruppo etnico indigeno più numeroso nell'Honduras - nel 1993 era stata tra i fondatori del Consiglio civico di organizzazioni popolari ed indigene (Copinh), organizzazione dedicata alla difesa dell'ambiente nel paese centroamericano.

Nel 2010, aveva partecipato come testimone alla sessione del Tribunale Permanente dei Popoli, dedicata all'operato delle imprese europee in America Latina, in occasione del vertice Euro-Latinoamericano di Madrid.

Nel 2015, per la sua lotta a difesa dei fiumi dell'Honduras, le era stato conferito il Goldman Environmental Prize, il più prestigioso riconoscimento per chi si batte in difesa dell'ambiente, dei beni comuni e della vita. Berta, nel ritirarlo, aveva detto alla Cnn che nel suo paese si criminalizzava "il diritto umano di difendere i beni comuni e la natura” e che “le imprese transnazionali operano con molta impunità in Honduras, dove c’è un processo intenso di militarizzazione, repressione e violazione dei diritti umani”.

L'assassinio di Berta segue di alcuni giorni quello di altri quattro membri della comunità Lenca. Dal colpo di stato del 2009, in Honduras sono stati uccisi almeno 111 attivisti ambientali e 31 sindacalisti. Violenze nei confronti di giornalisti, contadini, persone di colore e operatori del diritto sono all'ordine del giorno, favorite da un sistema giudiziario e politico debole e corrotto. Nel contempo, si sono moltiplicati i progetti idroelettrici per la generazione di energia a basso costo necessaria per alimentare le attività estrattive di minerali.

Berta Caceres aveva guidato la lotta della comunità del Rio Blanco contro la realizzazione, nell’Honduras Nord-occidentale, dell'impianto idroelettrico di Agua Zarca - approvato senza il consenso della comunità, contravvenendo alla Convenzione sul diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni - sul Rio Gualcarque, un fiume sacro nella cosmogonia Lenca e una risorsa idrica vitale per circa 600 famiglie, che vivono nella foresta pluviale. Una lotta che, nel 2013, era costata la vita ad altre tre compagne di Berta ma che poi, proprio grazie a queste donne coraggiose, aveva visto la International Finance Corporation della Banca Mondiale e l’impresa statale cinese Sinohydro ritirarsi dalla costruzione dell'opera.

Il presidente honduregno Juan Orlando Hernandez  ha dichiarato che “la morte di Berta Caceres è un attacco a tutto l’Honduras” e vuole che i responsabili siano assicurati “alla giustizia”.

Staremo a vedere cosa farà per far luce su questo che non è che l'ennesimo episodio di una strage, che va avanti nel silenzio assordante dei media, collegata alla costruzione di dighe o ad altri progetti di sfruttamento selvaggio delle risorse naturali.

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