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Lunedì, 09 Feb 2026

Dopo averci detto e ripetuto che solo il bipolarismo garantiva la “sovranità dell’elettore”, che poteva scegliere coalizione di governo e premier, siamo ormai al terzo governo non eletto dal popolo.

L’unica differenza con gli altri due che l’hanno preceduto è che l’attuale governo Renzi, nato come quelli, ha ricevuto la sanzione postuma del voto europeo. Quando si è insediato, infatti, non aveva una maggioranza espressa dal popolo, ma, dopo le elezioni per il parlamento europeo, gode di una maggioranza presunta. Con questa cerca di far dimenticare che, per decidere qualsiasi cosa, deve sempre trattare con l’opposizione. La quale, a sua volta, finge di fare opposizione, ma in concreto, quando serve, non fa mai mancare il suo appoggio al governo, che può così giovarsi, a seconda dei casi, di un soccorso azzurro e di uno rosso.

Tratto caratterizzante dell’azione del governo è stato sinora l’indiscriminato ricorso all’annuncio di questa o quella riforma, sempre da fare subito, almeno una al mese. Ma di riforme, nel vero senso della parola, non s’è vista nemmeno l’ombra. Solo interventi settoriali e frammentari, veicolati da normative alluvionali, probabilmente destinate a complicare più che a semplificare.

L’astuzia sta nell’annunciare riforme epocali. Poco importa se, nel volgere di qualche settimana, perdono gran parte della loro vis innovativa, perché nel frattempo se ne cambiano i contenuti; meno ancora importa se, una volta approvate, quelle stesse riforme non sono corredate dalle norme di attuazione, così da poter realmente aspirare a produrre risultati concreti.

A scattare inesorabilmente su tutti i media disponibili è, invece, subito dopo l’annuncio, la raffica di interviste dei politici- meglio se donne, fa più trendy- tutte preordinate a “difendere”, con interventi inutili e noiosi, la riforma di turno.

Sennonché, mentre fino a qualche anno fa le ventilate riforme si manifestavano attraverso un progetto suddiviso in articoli, esse ora prendono l’inusitata forma delle “linee guida”. Ultime, in ordine di apparizione, quelle sulla giustizia, che, sospese come sono tra vaghezza e ovvietà, appaiono a dir poco sconcertanti. Leggere per credere. Cose da far impallidire perfino il compianto Catalano.

Come se non bastasse, su queste fumose linee guida si aprono consultazioni sulla Rete (copyright non di Beppe Grillo ma di Mario Monti, che le lanciò per l’abolizione, poi non avvenuta, del valore legale della laurea), cui partecipa chi ha tempo e voglia.

Trattandosi di una platea estemporanea, che mai potrebbe aspirare a rappresentare un campione significativo, è facile intuire che i risultati che ne derivano sono assolutamente privi di qualsivoglia valore conoscitivo. Per di più, gli esiti delle consultazioni non vengono mai resi noti, sicché il governo, alla fine, fa quel che gli pare.

Tutto già sperimentato in occasione della “riforma della pubblica amministrazione”, presentata come “rivoluzione” e la cui idea-forza era la” staffetta generazionale”, subito persasi per strada.

La chiamano democrazia della Rete. Peccato non poterla vedere in streaming.

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