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Mercoledì, 17 Giu 2026

Con il disegno di legge di stabilità, approdato lunedì in Parlamento, il governo, dopo le numerose ipotesi fatte circolare nei giorni precedenti, ha scelto la linea da seguire rispetto al contratto dei pubblici dipendenti.

Con l’articolo 27 del provvedimento ora all’esame del Parlamento, è stato confermato lo stanziamento di 300 milioni di euro, di cui 74 per il personale delle Forze armate e dei Corpi di polizia, che i circa 1,8 milioni di dipendenti pubblici delle amministrazioni centrali dovranno dividersi, quando ci sarà il rinnovo contrattuale, per il primo dei tre anni di durata del contratto stesso. Regioni ed enti locali dovranno, invece, reperire i fondi all’interno dei propri bilanci.

Con questa operazione, il governo mira a conseguire un doppio risultato. Con il primo, cerca di tirarsi fuori dalle sabbie mobili, dove era finito a seguito della sentenza della Corte costituzionale pubblicata lo scorso luglio, che aveva dichiarato illegittimo il blocco dei contratti per il futuro, ovvero dal giorno successivo alla pubblicazione della medesima sentenza. Con il secondo, cercherà  di scaricare sulle confederazioni sindacali la colpa del mancato avvio della contrattazione che, come noto, non potrà partire fino a quando non sarà sottoscritto l’accordo per la riduzione dei comparti, siccome previsto dal decreto legislativo n. 150 del 2009 (meglio noto come "Decreto Brunetta").

Tale operazione, infatti, semplice sulla carta, appare assai difficile nella pratica, soprattutto perché, da un lato, andrebbe a scompaginare i delicati equilibri interni ai singoli potenti sindacati, soprattutto quelli che si definiscono “confederali”, vale a dire Cgil, Cisl e Uil, i quali – come noto – per ciascun comparto di contrattazione si avvalgono di una segreteria nazionale, nonché di segreterie regionali ed anche provinciali, tutte con tanto di strutture ad hoc.

Con la riduzione dei comparti, come è fin troppo facile immaginare, l’organizzazione andrebbe totalmente ridisegnata e molte “poltrone” finirebbero per saltare.

Ma tanta voglia di ridurre il numero dei comparti non sembrano averla neppure i non “confederali” che siedono al tavolo della trattativa presso l’Aran e che, dall’accorpamento, intravedono la concreta possibilità di perdere in tutto o in parte la rappresentatività, con tutte le conseguenze del caso.

Ecco perché Palazzo Chigi, sede del governo, e Palazzo Vidoni, sede del ministero della funzione pubblica, dopo aver consegnato il 13 ottobre scorso, con l’apertura da parte dell’Aran della trattativa per la riduzione dei comparti, il cerino acceso alle confederazioni sindacali trattanti ed aver registrato le loro reazioni – con le quali si dichiarano pronte alla riduzione ma parlano di necessità che il governo prima stanzi maggiori risorse per i rinnovi contrattuali – tentano con il minimo sforzo (9 euro lordi mensili per dipendente) di ottenere il massimo risultato, ovvero mettere il treno del rinnovo del contratto dei pubblici dipendenti su un binario morto, senza correre alcun rischio di essere accusati di inadempienza rispetto alla decisione della Consulta.

Senza dimenticare, poi, che in qualsiasi momento, se il numero dei comparti non verrà ridotto, il governo potrà ricorrere a una vecchia norma fino a oggi mai applicata (articolo 2, comma 35, primo e secondo periodo, della legge 22 dicembre 2008, n. 203), in base alla quale potrà erogare i predetti 9 euro a titolo di anticipazione dei benefici contrattuali.

Una vicenda, dunque, che sembra avere sempre più del paradossale.

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