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Venerdì, 27 Feb 2026

Da alcuni anni, con intensità crescente, l’Europa è invasa dagli immigrati, disposti a usare tutti i mezzi pur di raggiungere le nostre coste o quelle greche, ma anche altre destinazioni, assicurandosi in qualche modo  lo sbarco nel vecchio continente.

Per la nostra esperienza, si tratta di una novità assoluta, un evento che ha diviso i cittadini in ostili e solidali. Pronti, i primi, ad attribuire agli immigrati tutte le colpe della crisi economica e dell’insicurezza che attanagliano il paese; fiduciosi, i secondi, che, pur con una disorganizzata solidarietà, si possa in qualche modo dare ad essi, se non l’aiuto necessario, quanto meno una tangibile manifestazione di umana vicinanza.

In realtà, spostamenti di masse di persone da una ad altra zona del pianeta ci sono sempre state. Si pensi, tanto per non tornare troppo indietro nel tempo, alle invasioni barbariche successive alla caduta dell’impero romano, che nei manuali di storia tedeschi sono invece denominate “migrazioni di popoli”, locuzione che esprime il punto di vista diametralmente opposto al nostro: noi ci sentivamo invasi, loro invece stavano solo migrando.

Venendo a epoche più vicine a noi, si deve ricordare che anche il Giubileo (che inizialmente cadeva ogni 50 anni e successivamente ogni 25) ha sempre costituito l’occasione dello spostamento di ingenti masse di persone, per tante delle quali si trasformava in una vera e propria migrazione, dato che, definitivamente abbandonando il luogo di origine, esse venivano a stabilirsi a Roma e in Italia. Ma più in generale, lungo tutto l’arco del Medioevo, in particolare nei suoi ultimi secoli, l’immigrazione dai paesi poveri a quelli più sviluppati è stato un fenomeno tutt’altro che infrequente.

Su questo tema, bene ha fatto perciò l’Istituto superiore di studi medievali “Cecco d’Ascoli” a organizzare un convegno, intitolato “Il medioevo degli esclusi e degli emarginati. Tra rifiuto e solidarietà”, che si è svolto nel capoluogo piceno nei giorni 3,4 e 5 dicembre scorsi, e al quale hanno partecipato illustri studiosi italiani e stranieri.

Il nesso tra immigrazione ed esclusione si spiega facilmente: sradicati dalla loro patria, gli immigrati si trovavano a vivere in realtà talvolta assai distanti per cultura, religione, costumi e lingua rispetto a quelle di provenienza, sicché finivano per essere discriminati.

Oggetto del convegno sono stati, dunque, gli immigrati poveri, o comunque di bassa condizione (slavi, albanesi, còrsi, ma anche tedeschi); quanti (zingari, vagabondi, ecc.) rifiutavano di legarsi a una residenza stabile; le persone malate o comunque inabili al lavoro per menomazioni fisiche o per situazioni contingenti; i mestieri ritenuti inferiori, sia nelle città che nelle campagne; infine, gli ebrei, gli esclusi per eccellenza nella società cristiana.

La condizione in cui tutti costoro vivevano rendeva dunque la solidarietà un baluardo indispensabile per la loro tranquillità e sopravvivenza. Le forme in cui essa si manifestava erano molteplici, materiali e immateriali, più o meno strutturate: dal matrimonio alla confraternita, dalla società d’armi alla fideiussione, tanto per fare qualche esempio, ed erano appunto simili forme di solidarietà a costituire il percorso di integrazione nella località d’approdo.

Trattandosi di un problema del presente, col quale si sono confrontate le società del passato, in particolare quelle del declinante Medioevo, può essere interessante riflettere sul fenomeno e interrogarsi sulle diverse risposte che allora furono date.

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