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Martedì, 10 Feb 2026

La ricorrenza dell’8 marzo rappresenta un’occasione in più per affrontare il problema della barriera invisibile che discrimina le donne nel loro percorso professionale. Una lastra di cristallo – la cosiddetta glass ceiling - formata da condizionamenti

sociali, culturali e psicologici, impedisce di fatto alle donne di raggiungere i livelli più alti della carriera. E’ quanto emerge dal  rapporto She figures 2009” della Commissione europea, che traccia un quadro impietoso sulla mancanza di pari opportunità nel mondo accademico per l’anno 2007. La situazione è in miglioramento rispetto al passato, ma le donne impegnate nella ricerca scientifica continuano ad essere in Europa una minoranza,  rappresentando solo il 30% del totale (il 33% in Italia).

La necessità di colmare questo divario è legata al progressivo aumento nelle differenze di genere a sfavore delle donne quando si sale nella scala gerarchica. In Europa le donne hanno un miglior profitto scolastico rispetto agli uomini e la proporzione di laureate è pari al 59%, ma scende al 45% per i PhD. Al primo gradino della carriera accademica (ricercatore) le donne sono il 44%, al grado intermedio (professore associato) scendono al 36%,  per ridursi ulteriormente al 18% al grado più elevato (professore ordinario).

Le percentuali sono ancora più penalizzanti se ci si riferisce alle discipline scientifiche e all’ingegneria. Anche il mondo della ricerca pubblica italiana sembra essere affetto dagli stessi problemi. Il numero di dipendenti a tempo indeterminato per genere e qualifica professionale ricavabile dal conto annuale 2008 della Ragioneria Generale dello Stato consente di valutare l’ampiezza  della discriminazione riservata all’universo femminile.

Le lavoratrici rappresentano il 42% del totale, con punte massime del 59% all’Iss e del 57% all’Istat. Fanalino di coda l’Infn con appena il 24% di donne. Tra ricercatori, tecnologi e dirigenti la quota di donne si attesta al 40% che si riduce però al 22% per i livelli più elevati. Per gli enti di ricerca il Glass Ceiling Index, che misura il grado di discriminazione femminile, è uguale a 1,8 lo stesso valore riscontrato per l’università dalla commissione europea. Ma le differenze tra gli enti sono notevoli.

Il più virtuoso è l’Istat con 1,4, un valore comunque lontano dal punto di equilibrio pari a 1. All’Iss e all’Infn il GCI è uguale a 1,7; al Cnr 2,4 e all’Ispesl lo spessore del cristallo è 6,6. Molteplici i fattori che impediscono un processo di riequilibrio.

Una delle cause da rimuovere è lo schiacciante predominio maschile negli organi di vertice, che  negli enti di ricerca assume un carattere al limite del patologico. Nessuno dei presidenti/commissari degli enti di ricerca si coniuga al femminile e le quote rosa nei Consigli di amministrazione non arrivano al 10%.

All’Istat è presente una sola donna su dieci consiglieri; nessuna su 8 membri nel board del Cnr; nessuna sui cinque della giunta esecutiva all’Infn; una su 9 all’Iss; due donne su otto al Cra, nessuna su cinque all’Ingv; due donne su cinque all’Inaf e nessuna su cinque all’Inran.

Anche il recente decreto di riordino degli enti pubblici di ricerca emanato dal Ministro del Miur (donna), che provocherà qualche cambiamento nel prossimo futuro, non affronta il problema dell’uguaglianza di genere. Un quadro desolante, che la dice lunga sulla strada ancora da percorrere prima di poter affermare la parità dei diritti.

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