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Mercoledì, 19 Ago 2026

Non varrebbe la pena tornare ancora una volta sulla questione delle imprese zombie, ossia quelle che non riescono coi ricavi neanche a coprire i costi del debito, se non fosse che di recente la pandemia ha finito con l’ingrossare la folla di queste imprese. Talché è giocoforza chiedersi se ciò non finisca col rovinare in modo permanente un tessuto economico già segnato da una incipiente zombificazione di massa che ha finito col generare società a produttività moribonda.

L’occasione per tornarci sopra ce la offre uno studio presentato di recente dalla Bis, che fa il punto su una domanda che vale la pena porsi, specie oggi: un’impresa zombie può tornare “normale”? E se sì, a che costo?

Cominciamo dalle premesse. Intanto, dall’osservazione che il dibattito pubblico sulle imprese zombie ha conosciuto un interesse crescente negli ultimi, probabilmente in coincidenza con la sua “scoperta” presso il grande pubblico.

La ricognizione della Bis parte da un panel di dati riferiti a 14 economie. Le aziende zombie vengono identificate, oltre che per la loro incapacità a servire il debito con i loro ricavi, con le scarse prospettive di crescita, misurate tramite le quotazioni azionarie. La prima informazione rilevante è che in un trentennio le imprese zombie sono praticamente quadruplicate, passando dal 4% del campione censito, a metà degli anni ’80, al 15% del 2017. Per giunta con l’avvertenza che questo numero potrebbe essere sottostimato, visto che si prendono in esame solo aziende quotate rimanendo nell’ombra molte aziende medio piccole ad alta probabilità di “zombificazione”.

bis

Queste compagnie, paragonate con quelle normali, risultano più piccole e meno produttive, tendono a crescere meno in termini di asset e occupazione, mentre risultano assai più indebitate.

Quest’ultima circostanza lascia ipotizzare che le facilitazioni creditizie, incoraggiate dal clima permissivo di quest’ultimo decennio, abbia contribuito significativamente allo sviluppo di queste entità, che si può dire ricevano una sorta di sussidio grazie ai tassi di interessi bassi. Lo dimostra il fatto che gli interessi che pagano non sono molto superiori di quelli pagate dalle imprese normali.

La via per diventare imprese zombie è solitamente lunga e si articola lungo performance declinanti, sia a livello produttivo che di redditività, fino a quando non si finisce nella palude di una crescita appiattita e insufficiente. Non falliscono, ma non si evolvono. Non sono morte, ma neanche vive. Zombie, appunto.

Da qui in poi, le loro performance rimangono deboli. Si calcola che abbiano un 10% di probabilità di fallire nei quattro anni successivi all’ingresso nella categoria. Dai dati emerge che sul totale delle aziende zombie conteggiate dalla metà degli anni ’80, il 25% ha chiuso, mentre il 60% è riuscita in qualche modo a reagire e a recuperare, uscendo dallo stato di non-vita. “Ma le aziende “rinate”, sottolinea il paper, “rimangono deboli e fragili”: la loro produttività, profittabilità, capacità di investimento e di impiego rimangono inferiori a quelle normali, e rimane quindi alta la probabilità che ricadano nell’abisso. Un’azienda zombie è per sempre insomma. E questo spiega perché siano cresciute così tanto. Ma solo in numero.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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