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Lunedì, 24 Ago 2026

Un altro paper della Hinrich Foundation ci consente di aggiungere un ulteriore tassello al mosaico che stiamo componendo attorno al Sud-Est asiatico, area geografica che si rivela sempre più strategica per l’economia globale.

Abbiamo parlato dei data center, che spuntano come funghi nella regione, e dei cavi sottomarini, che si sviluppano con sempre maggior fatica in quei fondali. Stavolta di occupiamo dei minerali critici, che di quei data center e di quei cavi sono un un ingrediente indispensabile.

Il paper ci comunica una informazione da tenere bene a mente: “Nel Sud-Est asiatico Pechino ha investito circa 4 miliardi di dollari sin dal 2012 in 12 progetti, molti dei quali concentrati in Indonesia, che esporta il 16% del nichel mondiale”. E già questa semplice affermazione ci mette nella condizione di inquadrare le complessità di questo ennesimo Grande Gioco.

Che la Cina sia una potenza nel settore dei minerali critici, in particolare delle cosiddette terre rare, è un fatto notorio. Gli occidentali accusano i cinesi di aver conquistato questa posizione di egemonia con pratiche poco ortodosse che hanno abbassato i costi di produzione e favorito politiche di accaparramento, alimentando le grande riserve cinesi di questi materiali.

Sia come sia, rimane il punto. Secondo quanto censito dagli osservatori, dal 2003 gli investimenti cinesi nel settore estrattivo sono stati 124 per un valore di 66 miliardi di dollari e di questi, 91 progetti riguardavano metalli e minerali per un valore di 48 miliardi di dollari. Quindi la Cina ha lungamente pianificato come raggiungere questa supremazia.

E veniamo quindi al Sud-Est asiatico. Questa regione “ospita alcuni dei più grandi depositi di minerali essenziali al mondo”. In particolare, ha circa il 26% delle riserve globali di nichel, in gran parte in Indonesia. Vietnam e Myanmar hanno circa il 18% del totale delle terre rare ognuno. E che sia la Cina la principale controparte di queste produzioni lo rivelano i dati commerciali: “Tra il 2012 e il 2023, la quota della Cina nelle esportazioni ASEAN di nichel è aumentata dal 3% al 62%, l’alluminio dal 5% al ​​21%, il rame dal 15% al ​​32% e il ferro dal 4% al 40%”. Non è quindi un caso che l’Indonesia abbia ricevuto 36 miliardi di investimenti diretti dalla Cina nel settore dei metalli.

Al tempo stesso, si comprende bene che l’eventuale ingresso di Usa e Ue quali acquirenti nell’area potrebbe scompaginare la paziente tessitura di relazioni di Pechino. I paesi della regione potrebbero trovare nei portafogli occidentali un valido pretesto per rinegoziare gli accordi di lungo termine con la Cina. Ma questo rischia di far salire ulteriormente le tensioni in un’area dove già se ne osservano parecchie. E ancora se ne vedranno.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
coautore del libro “Il ritmo della libertà”
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