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Mercoledì, 17 Giu 2026

L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ci fa sapere che, dal 1988 al 2023, il tempo annuale medio di lavoro nei paesi della regione è diminuito di 146 ore, che su 50 settimane lavorative significa circa tre ore in meno a settimana.

Non c’è di che stupirsi. La tendenza a veder diminuire il tempo di lavoro a vantaggio del tempo libero dura ormai da più di un secolo e probabilmente proseguirà ancora. La cosa interessante da osservare è un’altra: ossia che tale andamento è assai più pronunciato per i più giovani, la classe 20-29 anni, rispetto ai lavoratori più attempati. Per questi ultimi, infatti, le ore annuali sono poco meno di 1.800, mentre per i più giovani sono poco più di 1.650. Circa 150 in meno, quindi, che significa altre tre ore in meno a settimana rispetto alla media.
Si dirà che tale distribuzione delle ore di lavoro, l’ennesima diseguaglianza che scoviamo nelle nostre società, sia conseguenza della precarietà che affligge il lavoro giovanile, che tende ad essere meno assiduo. E probabilmente questo contribuirà in qualche modo. Ocse tuttavia sottolinea che “i giovani danno sempre più priorità all’equilibrio vita-lavoro e alla flessibilità, il che significa che un modello di lavoro meno stabile potrebbe non scoraggiarli”.

L’Istituto ha rilevato, per esempio, esaminando 44 paesi, che “la maggior parte dei giovani in ruoli remoti o ibridi “preferirebbe cambiare lavoro se gli venisse chiesto di lavorare in sede a tempo pieno”. “Circa la metà della Generazione Z (nata tra il 1995 e il 2005) preferirebbe essere disoccupata piuttosto che bloccata in un lavoro che non piace e oltre i tre quarti di coloro che hanno meno di 40 anni cercano un lavoro più flessibile oppure orari di lavoro ridotti”.

In sostanza, emerge una tendenza dei più giovani a voler lavorare meno e a certe condizioni, pure al prezzo di scelte di vita una volta assai poco comuni, ad esempio non avere un’automobile o comprare abiti di seconda mano. Decisioni coerenti anche con la crescente sensibilità ambientale.
Questa tendenza, non certo a caso, si accompagna a un’altra, che emerge sempre più dalle nostre cronache: i giovani rimangono sempre più a lungo a casa dei genitori. Noi italiani siamo secondi in questa classifica dove primeggiano sorprendentemente (?) i coreani.
Si dirà a questo punto che le scelte, più o meno forzate dei giovani a lavorare a certe condizioni hanno come inevitabile conseguenza, visto che per lavorare da casa serve comunque una casa e che le case costano sempre più care, che si prolunga la permanenza dai genitori e magari non si mette su famiglia. Ma in fondo che volete che sia? Si può felicemente invecchiare nel nido genitoriale, coltivando abitudini ambientalmente sostenibili, tanto più in società che ormai hanno allungato l’adolescenza fino a 40 anni.

Sennonché, si diffonde sempre più l’opinione che i i giovani di oggi cresceranno in condizioni socio-economiche peggiori dei loro genitori. E sempre Ocse ci avvisa che la mobilità intergenerazionale della ricchezza è in costante declino in diversi paesi dell’area. E così questi giovani, a cui piace lavorare da casa possibilmente con un buon equilibrio vita/lavoro, si scoprono improvvisamente ansiosi. Molti dei soggetti intervistati pensano che diventerà difficile per loro avere una famiglia o una casa loro. Il che è molto comprensibile.

L’Ocse non ci dice, però, se poi le vogliono davvero, queste cose. Forse dovrebbe chiederglielo.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
coautore del libro “Il ritmo della libertà”
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