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Martedì, 20 Ott 2026

di Adriana Spera

Sono passati appena quindici giorni dall’incendio che ha distrutto la Città della Scienza a Napoli e va constatato che già non se ne parla più, non che alla notizia sia stato dato un grande rilievo fin dalle prime ore se non nel telegiornale regionale e, comunque, in coda ad altre notizie di minor rilievo.

Analoga sorte è toccata alla manifestazione di protesta, indetta dal sindaco, contro il rogo. Né è giunto alcun cenno da parte dei nuovi e vecchi leader politici appena “santificati” dal voto popolare, se non altro - quando si è appreso che si trattava di incendio doloso -  per condannare il criminale gesto di stampo camorristico.

Insomma, un silenzio assordante ha accomunato gran parte del mondo dell’informazione e di quello politico, forse perché «Dalla scomparsa dell’acciaieria in poi ˗ ha scritto su Il Manifesto lo scrittore Ermanno Rea ˗ Bagnoli è diventata terra di perenni scorrerie da parte della malavita in genere, e, in particolare, della malavita legata agli interessi di quella speculazione edilizia senza scrupoli che aspira a mettere le mani sui suoli dismessi dell’Ilva da sempre, anzi addirittura da prima che la fabbrica fosse condannata a sparire (sino a indurre il sospetto di aver avuto qualche ruolo in quella sentenza di morte)». A ventitré anni dalla chiusura dell’acciaieria, si era fatto molto grazie alla buona volontà e alla tenacia di pochi per trasformare quell’area, ma molto ancora restava da fare per disinquinare del tutto il sito. Soprattutto le istituzioni erano in forte debito per trasformare e difendere quell’area, per fare un investimento su un futuro diverso per la città.

«La Città della Scienza, fiore miracolosamente fiorito in questa radura disperata, crocevia di turpi appetiti e di violenti di ogni risma ˗ conclude Rea ˗ si direbbe che era destinata a fare la fine che ha fatto, e non certo per volontà degli dei, che non esistono: era un’anomalia, una disperata promessa di diversità, di pulizia morale, di intelligenza urbanistica e culturale. Era la disarmata antitesi del Disastro. Di qui la mia semi-certezza sulle cause del rogo. L’hanno cancellata gli addetti al Disastro, i cultori del Disastro, coloro che lucrano attraverso il Disastro. Chi altri sennò? Il caso? Mah! Non ci credo».

Una cosa è certa, la Città della Scienza era un simbolo scomodo in una città dove la camorra decide tutto, forse persino - alla luce dei tanti episodi criminosi di cui sono state vittime i giocatori - le sorti della squadra di calcio. Era inaccettabile, per la malavita, che vi fosse lì un faro ad indicare ai più giovani che studiando si può avere un futuro diverso; che c’è dell’altro al mondo che quei miseri bisogni consumistici che tanto spesso inducono a delinquere. Era inaccettabile che proprio lì fosse sorto un incubatore di imprese che fanno delle nuove tecnologie lo strumento per uno sviluppo ben più sostenibile che quello della speculazione edilizia, che fanno della “munnizza”, se differenziata, un’opportunità di guadagno onesto, una ricchezza.

Ora si è appena costituito un comitato per la ricostruzione e già è iniziata una diatriba, che ancora una volta rischia di portare acqua al mulino della criminalità organizzata, visto che si tratta non di recuperare un immobile dismesso ma di costruire ex novo. Vi è, infatti,  chi sostiene che, stando alle norme tecniche di piano regolatore, occorre delocalizzare in altro sito il nuovo edificio. Un invito a nozze per chi ricicla denaro sporco in terreni destinati alla speculazione, per chi da sempre ha “Le mani sulla città”, come ben illustrava, cinquant’anni fa, il grande regista Francesco Rosi nell’omonimo film.

La risposta che le istituzioni locali e nazionali devono dare è ricostruire subito la Città della Scienza, lì dov’era e con i capitali sequestrati alle mafie, visto che lo Stato detiene ingenti risorse derivanti dai patrimoni degli uomini del malaffare e della criminalità.

Una cosa è certa, se non si dà immediatamente una risposta, il rogo di due settimane fa ha buone possibilità di diventare l’11 settembre della primavera napoletana, che già da mesi è sotto attacco come ci ricordano tanti episodi di boicottaggio nei confronti dei servizi pubblici partenopei.

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