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Domenica, 08 Feb 2026

Tra gli ultimi lavori di Paolo Sylos Labini, c’è un piccolo ma prezioso libro in cui l’illustre economista, dopo aver distinto tra un Marx profetico (quello, per capirci, della “fine del capitalismo”, “della caduta tendenziale del saggio del profitto”, ecc.) e un Marx scientifico (l’inventore di categorie come quelle di “alienazione” e “lotta di classe”), giudica del tutto inservibile il primo mentre considera il secondo utilissimo a comprendere anche il nostro tempo.

E’ indubbio, infatti, che certe categorie, in quanto concetti-chiave capaci di decifrare il corso della storia nei suoi mutevoli e cangianti sviluppi, riescano a mantenere intatta la loro forza esplicativa, ben oltre il tempo in cui furono concepite.

Così la pensa senz’altro Marco Revelli, che ha intitolato appunto la sua ultima fatica, appena uscita per i tipi di Laterza, “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi” Vero!, che si sostanzia in una puntuale e articolata critica dell’ideologia neoliberista che ha governato il mondo in questi ultimi trent’anni.

Secondo tale ideologia, non solo un certo grado di diseguaglianza sarebbe necessario per garantire lo sviluppo economico, ma anche un elevato tasso di inquinamento iniziale, nella fase di decollo, sarebbe accettabile, in quanto destinato a essere riassorbito con la crescita del benessere e il progresso della tecnologia.

Sennonché, diversamente da quanto prospettato dai neoliberisti, non solo la crisi economica globale, in cui siamo precipitati da oltre un lustro, è molto grave, ma le diseguaglianze  crescono e lo stato ambientale del pianeta continua a peggiorare.

Che la lotta di classe l’abbiano vinta i ricchi è inequivocabilmente confermato dalle risultanze del Rapporto Oxfam, presentato nel gennaio scorso al vertice di Davos, significativamente intitolato Working for the Few (Lavorare per i pochi).

Il Rapporto mostra come l’1% degli abitanti della terra possieda da solo un volume di ricchezza pari a 110.000 miliardi di dollari, contro una ricchezza totale stimata in 240.800 miliardi di dollari. Ma quel che è interessante notare è che in questi ultimi trent’anni di neoliberismo trionfante quell’1% più ricco ha costantemente accresciuto la propria quota di ricchezza in quasi tutti i paesi presi in considerazione  ( quelli per cui esistono dati credibili in serie storica comparabile).

E c’è di più. Il Rapporto, infatti, indica come causa principale della crescente ineguaglianza “il pernicioso impatto che la concentrazione della ricchezza può avere su un’equa rappresentanza politica”, con le conseguenze che non è difficile immaginare.

Tra tutte, in particolare, il piegarsi delle regole a favore dei ricchi, spesso a detrimento di tutti gli altri, come è avvenuto e sta avvenendo tuttora con quelle “innovazioni legislative” che stanno spazzando via “i consolidati sistemi di welfare che avevano presieduto alla lunga stagione keynesiana”.

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