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Venerdì, 17 Lug 2026

Siamo nel 1896. Come da turnazione, l’incarico di inaugurare l’anno accademico dell’Università di Roma deve essere svolto da un docente designato dalla Facoltà di Filosofia e Lettere, che lo indica nella persona del professor Antonio Labriola (1843-1904).

Questi, constatato che le discipline che insegna non contengono “né cronaca delle scoperte, né bullettino delle novità”, decide di parlare dell’Università in rapporto alla società civile, argomento che gli costerà la censura, tant'è che il testo del suo discorso non troverà mai ingresso nell’Annuario dell’Università di Roma.

Il motivo per cui ritorniamo su quel discorso, riproponendone il contenuto all’attenzione del lettore, sta nel fatto che esso prende in esame questioni ancora terribilmente attuali.

Innanzitutto, quella della libertà della scienza, intesa come “libera e spregiudicata ricerca”, senza “limiti preconcetti e presegnati”, della quale il Nostro non intende “fare l’apologia, ma di addurre la dichiarazione”. Nella consapevolezza, da un lato, che “perché all’Università la scienza libera ci arrivi, bisogna che la società sia di tale assetto da produrne gli incentivi e le condizioni di esistenza”; dall’altro, che la ricerca è lavoro artigianale, espressione di impegno morale, ma soprattutto lavoro collettivo, perché “si produce e si sviluppa per entro alla cooperazione di tanti discutitori, e critici, ed emuli, e concorrenti”.

Ma mentre rivendica la libertà della ricerca, Labriola già riesce a intravedere il pericolo che le varie discipline, anche quelle umanistiche, possano degenerare in tecniche e metodologie, onde si dice convinto che la filosofia “debba esser messa alla portata di tutti quelli che studiano ogni altra disciplina, perché vi trovi un facoltativo complemento di coltura qualunque studioso si senta in grado di superare nella trattazione delle varie scienze la specialità della ricerca”.

Non meno attuale, la polemica di Labriola contro il sistema fondato sulla lezione cattedratica e gli esami, che già a quell’epoca gli sembrava sbagliato, in quanto antiscientifico e antieducativo, perciò foriero di conseguenze negative sia per gli studenti che per i professori, rassegnati a vivere e lavorare in quello che, molto tempo dopo, sarebbe stato apostrofato come un esamificio.

Nel discorso di Labriola troviamo ancora una difesa appassionata della scuola laica e di Stato, giudicata vantaggiosa per gli stessi preti, che “ormai diventati più istruiti, più colti e più discutitori, si difendono anch’essi con la libertà, che si son lasciata imporre”.

Più avanti, il filosofo cassinate si mette a indagare persino sulle ragioni di quelli che, con evidente e voluta iperbole, egli chiama “tumulti studenteschi”, troppo sbrigativamente considerati come la conseguenza dell’azione di “dozzine di professori socialisti che avrebbero invaso l’Università”.

In conclusione, Labriola, dopo averne impietosamente elencato le colpe,  invita tutti – studenti, professori, politici – ad assumersi le proprie responsabilità nell’interesse dell’istituzione, avendo l’Italia” bisogno di progredire materialmente, moralmente, intellettualmente.”

Censurato dall’accademia, il discorso verrà pubblicato da Benedetto Croce in un opuscolo nel 1897, dichiarandosi, nell’avvertenza, orgoglioso di presentarlo, “per sentimento e per pensiero uno dei più elevati che si sieno mai uditi nelle aule delle Università italiane”.

Difficile dargli torto.

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