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To the Wonder di Terrence Malick, con Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Tatiana Chiline; durata 112’, nelle sale dal 4 Luglio 2013, distribuito da 01 Distribution

Recensione di Luca Marchetti

Verso l’infinito. E’ questa, ormai, la direzione che la poetica di Terrence Malick ha intrapreso dopo una lunga carriera fatta di tanti silenzi, tante attese e tanti ritardi.

Sbloccatosi dopo la riuscita gloriosa di The Tree of Life (Palma d’oro nel 2010), opera immaginifica nel suo fondere l’infinitamente grande della storia universale con l’infinitesimamente piccolo della vita di una comune famiglia della working class americana, l’autore continua a ragionare sulle emozioni e sui sentimenti, scegliendo come oggetto di riflessione parte della propria biografia.

Come il precedente, in cui venivano rielaborati il suicidio di un fratello e l’infanzia difficile accanto ad un padre autoritario e ingombrante con i suoi sogni infranti (interpretato da un immenso Brad Pitt), in questo To the Wonder, Malick ritorna sulle proprie esperienze europee (periodo che ha generato speculazioni e molte leggende metropolitane), su una vecchia e mai dimenticata relazione e, soprattutto, sul suo difficile modo di vivere l’Amore.

La trama, difficile da seguire per la sua completa mancanza di linearità, si concentra sulla nascita e sulla morte del rapporto tra un Lui (Ben Affleck, tanto grande come regista quanto mediocre come interprete) e una Lei (una sorprendente Olga Kurylenko). Cercando di intercettare le traiettorie partite dalla deflagrazione di questo sentimento, Malick sembra quasi perdersi, indeciso se rivelarsi dietro il proprio alter-ego (indicativa la fretta con cui glissa sulla relazione tra Affleck e Rachel McAdams, interprete di un ruolo che dovrebbe ispirarsi alla moglie attuale del regista) o estraniarsi nell'elogio del puro sentimento e della passione della protagonista francese, straniera in un paese e in una famiglia che hanno lentamente perso di significato ai suoi occhi.

In questa esitazione, la prima della sua carriera, si rivela il limite di una pellicola che per seguire l’alto inciampa e si perde nella retorica presuntuosa e in un manierismo fastidioso.

L’autore, come suo solito, gonfia la vicenda di concetti filosofici che, questa volta, colpiti da un’incomunicabilità quasi autistica e da un montaggio spietato (arma con cui è solito stravolgere personaggi e cancellare interpreti famosi), girano a vuoto. Ne è un esempio il sacerdote in crisi di fede con il volto di Javier Bardem, protagonista di una sotto-trama potenzialmente profonda e coinvolgente ma approssimativa e poco sviluppata nella sua evoluzione.

Il regista, dunque, più che un film realizza una sorta di trattato accademico ma, schiacciato da un argomento talmente “instabile” come l’Amore, si ritrova a costatare la limitatezza della propria filosofia solo apparentemente istintiva.

E’ vero che gli amanti ciechi di Malick sapranno consolarsi con i numerosi momenti commoventi, con la voice-over persa in ipnotici soliloqui e con l’incredibile fotografia realizzata da quel grande artista che è Emmanuel Lubezki.  Gli altri, la maggior parte, però non potranno che dispiacersi di fronte a quella che poteva essere un’opera d’arte emozionante e che, invece, finisce per essere una pellicola cinematografica visivamente perfetta ma fredda e complicata nel suo cuore.

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