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Domenica, 15 Mar 2026

Gravity di Alfonso Cuaron, con George Clooney, Sandra Bullock, Ed Harris, Eric Michels, Basher Savage; durata 90’, nelle sale dal 3 ottobre 2013 distribuito da Warner Bros Italia

Recensione di Luca Marchetti

Nello spazio nessuno può sentirti urlare. Era il lontano 1979 quando il semi-esordiente Ridley Scott (per lui, all’epoca, in attivo solo la regia del conradiano I duellanti) portò il proprio pubblico nello spazio profondo, per fargli vivere il terrore assoluto.

Con l’horror sci-fy Alien, insieme al successivo Blade Runner, il regista inglese rivoluzionò “copernicanamente” il modo di produrre e vivere la fantascienza, aprendo cosi una nuova stagione per il genere e per tutto il cinema mainstream.

Nel 2013, a quasi quarant’anni da quel film leggendario, il messicano Alfonso Cuaron, autore capace di destreggiarsi con intelligenza tra la saga di Harry Potter e il personale I figli degli uomini, torna nello spazio con un’operazione simile nelle intenzioni e strabiliante nei risultati.

Con il suo Gravity, infatti, egli regala al pubblico una pellicola unica, un’esperienza cinematografica inebriante e totale, come non se ne vivevano da anni in una sala (per chi scrive, addirittura superiore anche ai tanto osannati Il signore degli anelli o Avatar).

Per arrivare all’opera compiuta ci sono voluti sette anni di fatiche, attese, fallimenti frustranti e rinvii snervanti. Ci sono stati cambi di attori in corso d’opera (il cast coinvolto all’inizio vedeva al posto del duo Bullock-Clooney, le star Natalie Portman e Robert Downey Jr) e sono necessari stati dei veri processi di ricerca meccanica per realizzare cineprese ed effetti adatti alle riprese del film.

Gravity è la giusta risposta a tutti questi sforzi. Dopo aver incantato tutti all’ultimo Festival di Venezia (come abbiamo raccontato), Cuaron si appresta proprio in queste ore a sbancare i botteghini mondiali, dimostrando che è possibile realizzare pellicole squisitamente hollywoodiane dall’impatto visivo ed emotivo spiazzante.

La deriva fisica, e interiore, della dottoressa Stone e del capitano Kowalski (i magnifici Sandra Bullock e George Clooney), due astronauti isolati e spacciati per la distruzione del proprio shuttle, coinvolge sia per la sua spettacolarità, sia per la sua forza concettuale.

Aiutato dall’esemplare lavoro del direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, Cuaron e la sua cinepresa fluttuano insieme ai protagonisti in questo nulla angosciante, raccontando il loro dramma, le loro paure e le loro euforie.

Nel momento in cui si concentra sulla Bullock e sulla sua odissea, poi, il film riesce davvero a divellere i cardini del genere e a passare a un livello successivo, arrivando con forza al cuore dello spettatore.

Il lavoro di Cuaron, alla fine, si toglie la maschera di ottimo film di fantascienza per rivelarsi come una commovente opera, quasi filosofica, sulla vita e, soprattutto, sulla morte.

Trattando temi semplici ma solidi, il regista raggiunge vette concettuali degne del miglior Terrence Malick (Tree of Life su tutti), e compie, per alchimia tra visione e contenuti, una piccola rivoluzione cinematografica.

Siamo sicuri che per il suo film la strada per la Storia (del Cinema) sia appena iniziata.

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