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Martedì, 25 Ago 2026

Pilato e Gesù di Giorgio Agamben, edizioni Nottetempo, Roma, 2013, pp.64, euro 6

Recensione di Roberto Tomei

Se non altro perche nati e cresciuti in famiglie di religione cattolica, tutti sappiamo chi è Ponzio Pilato, figura storica di notevole importanza nel racconto degli evangelisti, e non solo, che nell’immaginario collettivo diventa l’emblema dell’ignavo, ossia di chi, chiamato a decidere, sceglie di non prendere posizione, evitando così di assumere dirette responsabilità. Tanto ignavo che, secondo una certa interpretazione, sarebbe lui e non Celestino V “colui che fece per viltade il gran rifiuto”.

E’ a questa figura storica, indissolubilmente legata a quella di Gesù, che Agamben dedica la sua attenzione, sottolineando, tra l’altro come , accanto alla leggenda che tutti conosciamo, ce n’è una , cosiddetta “bianca”, che lo presenta come un segreto campione del cristianesimo contro gli ebrei e i pagani, con la chiara intenzione di attribuire la responsabilità della crocifissione esclusivamente agli ebrei. Una linea interpretativa, questa, che spiega come Pilato finisca con l’essere santificato dalla Chiesa etiopica e sua moglie (Procla) festeggiata nella Chiesa greca il 26 ottobre.

Il processo, che vede protagonisti Gesù e Pilato, non è certamente un processo come tanti altri, perché, come sottolineato da Spengler, “due mondi stanno immediatamente e inconciliabilmente di fronte: quello dei fatti e quello della verità, e con tanta spaventosa chiarezza come mai altrove nella storia del mondo”.

Se è vero, come scritto da Satta, che il processo è un mistero, quello celebrato da Pilato lo è più di ogni altro. In discussione non è tanto la competenza del procuratore romano a giudicare quanto la regolarità del giudizio, di cui Agamben esamina tutte e sette le fasi in cui si articola, ora fuori ora dentro il pretorio, lungo un arco temporale di ben cinque ore.

Il canone ermeneutico seguito dall’autore è “che solo in quanto personaggio storico Pilato svolge la sua funzione teologica e, viceversa, che egli è un personaggio storico solo in quanto svolge una funzione teologica”.

Secondo Agamben, in ogni caso, non c’è stato alcun giudizio: “né il giudizio né la salvezza hanno luogo,in quanto finiscono in un comune, indeciso e indecidibile non liquet”, conclusione che, com’è noto, è oggi preclusa dal nostro ordinamento.

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