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Lunedì, 24 Ago 2026

di Luca Marchetti

Jimmy P. di Arnaud Desplechin, con Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee, Larry Pine, Elya Baskin, Gary Farmer, Misty Upham, durata 114’ nelle sale dal 20 marzo 2013 distribuito da BIM.

 

Presentata in concorso allo scorso festival di Cannes, l’ultima pellicola del regista francese Arnaud Desplechin (autore amato dai cinefili più puri per pellicole come I re e la regina o Esther Kahn) non ha suscitato grandi attenzioni da parte della critica internazionale.

Eppure Jimmy P. è un’opera interessante, diversa dai tanti film che popolano le sale cinematografiche. Tratto dal celebre saggio Psychothérapie d’un Indien des planes dell’antropologo franco-rumeno Georges Devereux, la pellicola del regista francese si muove su sentieri inediti, allontanandosi dalla ferrea struttura cinematografica per presentarsi piuttosto come uno studio filosofico/analitico sulle emozioni.

Lontano da quasi cinque anni dal set (la sua ultima regia, nel 2008, è stata l’apprezzato Racconto di Natale), Desplechin porta sulla scena la lunga terapia affrontata dal tormentato Jimmy Picard (un misurato Benicio Del Toro), pellerossa reduce dalla seconda guerra mondiale, segnato da emicranie lancinanti, con l’esuberante professor Devereux (il sempre ottimo Mathieu Amalric, attore feticcio del regista), geniale accademico scappato dall’Europa.

Jimmy P., appoggiandosi sulle performance magistrali e opposte dei suoi due protagonisti, non è un sovraeccitato duello verbale tra due titani, alla Frost/Nixon, per intenderci.  Anzi, in una lenta e struggente parabola anticlimax, la discesa nei ricordi e nei sogni del Piede Nero Picard, sembra davvero muoversi solamente nei territori nella psicoanalisi, rifuggendo qualsiasi altro discorso spettacolare o d’intrattenimento.

Anche se questa scelta radicale ha un effetto respingente per il pubblico, ciò non toglie che Desplechin non sia attento a fare del Cinema in ogni sua singola scena. Con mano ferma e uno stile visivo più equilibrato del solito (ben sfogato nelle affascinanti scene oniriche), il regista francese guarda apertamente alle prove dei grandi maestri, Truffaut su tutti, confezionando il proprio personale Il ragazzo selvaggio.

All’interno del suo palcoscenico, l’autore muove i due personaggi come marionette,  guardando all’emotività del suo pubblico. Pur non mostrando traumi epocali, sfide impossibili o lotte leggendarie, nella semplice e banale storia di Jimmy, uomo vittima dei suoi tanti comuni errori, Desplechin parla di una storia universale, quasi pedagogica, come il saggio da cui trae ispirazione. La lenta presa di coscienza e guarigione del paziente, alternata con saggezza ai piccoli dolori personali del suo implacabile dottore, diventa così una parabola commovente, capace di arrivare senza esagerati giochi di prestigio narrativo, al cuore di ognuno.

Alla fine, dopo la visione, sembrerà quasi anche a noi di aver partecipato alla seduta di Devereux e di aver affrontato le nostre paure, trovando davvero un qualche sollievo.

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