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Martedì, 25 Ago 2026

Stories We Tell, di Sarah Polley, con Pixie Bigelow, Deirdre Bowen, Geoffrey Bowes, John Buchan, Susy Buchan, durata 108’, nelle sale dal 26 giugno 2014 distribuito da I Wonder Pictures.

Recensione di Luca Marchetti

Grazie ad una scelta distributiva decisamente stravagante (il film è da diversi mesi in programmazione su alcuni canali di Sky Cinema), arriva in sala a due anni dalla sua presentazione ufficiale al Festival di Venezia 2012 Stories We Tell, il documentario diretto da Sarah Polley.

Artista poliedrica, sempre pronta mettersi in gioco in nuovi progetti, la Polley è conosciuta principalmente per la sua imponente carriera da attrice, un mestiere che l’ha vista protagonista giovanissima ne Le avventure del barone di Munchausen di Terry Gilliam, per poi attraversare il Cinema di alcuni dei migliori registi in attività (per fare alcuni nomi: Atom Egoyan, David Cronenberg e Kathryn Bigelow).

Da alcuni anni, però, l’attrice canadese, ha deciso di passare dall’altro lato della cinepresa, dirigendo alcuni piccoli capolavori come Away from Her- Lontano da lei (interpretato da una magnifica Julie Christie) e Take this Waltz. Queste due pellicole, nella loro delicatezza e originalità hanno messo in mostra un incredibile talento narrativo e una rara e misurata sensibilità che le hanno permesso di essere presto accreditata come una delle cineaste più interessanti della sua generazione.

Con quest’ultimo Stories We Tell, però, Sarah Polley sembra aver voluto lasciare gli agi e le comodità delle storie di finzione per buttarsi anima e corpo in un’idea documentaristica audace, il racconto sincero e spassionato della vita della propria madre, attrice famosa scomparsa nel 1990, a soli cinquantacinque anni, per un tumore.

Attraverso le testimonianze di parenti e amici, Sarah vuole entrare nella Storia della propria famiglia, trasformandola in una materia pulsante e ibrida. Concentrandosi principalmente sui ricordi del proprio padre Michael, affrontato senza esclusione di colpi in un interrogatorio sfiancante, la regista non desidera limitarsi a una superficiale e banale agiografia postuma della propria madre. Piuttosto la Polley cerca di trasformare le tante diverse testimonianze in un unico oggetto narrativo indefinito, un prodotto dove realtà storica e ricostruzioni immaginate si fondono.

L’obiettivo non è il filmino casalingo di autocompiacimento, non è la presuntuosa pretesa di spacciare i propri racconti personali come storie cinematografiche fondamentali.  Il fine ultimo della regista, il suo agognato traguardo dopo un lungo lavoro di sperimentazione e ricerca, è svincolare le proprie radici dalle catene della dimensione intima ed elevarle a racconto generale, a metafora globale.

Nonostante i cali di tono e i limiti oggettivi di quest’operazione, Diane Polley, attraverso le parole di Sarah, diventa un personaggio leggendario (simile ai protagonisti mitici dei mockumentary di Woody Allen), l’eroina di una favola tragica messa in scena da una figlia, convinta che fare Cinema sia l’unica possibilità per esorcizzare un dolore che gela, da anni, il sangue della propria famiglia.

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