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Sabato, 12 Set 2026

L’isola dei cani di Wes Anderson, con Bryan Cranston, Scarlett Johansson, Jeff Goldblum, Tilda Swinton, Edward Norton, Bill Murray, Bob Balaban, Greta Gerwig, Kunichi Nomura, Frances McDormand, durata 101’, nelle sale dal 1 maggio, distribuito da 20th Century Fox.

Recensione di Luca Marchetti

Negli ultimi venti anni, sempre coerente alle sue passioni cinefile e alla sua poetica rarefatta, il texano Wes Anderson è diventato uno dei cineasti americani più riconoscibili e ammirati nel panorama hollywoodiano/internazionale.

Habitué dei festival europei (soprattutto Berlino, dove ha presentato le sue ultime due opere) e simbolo vivente di quel cinema indipendente trasformatosi, con furbizia e pazienza, in Establishment Cinematografico, Anderson ci ha abituato a storie agrodolci, dove personaggi bislacchi dialogano e interagiscono tra loro soffici e dilatati, in una dimensione quasi onirica e atemporale. Tra una colonna sonora vintage, rimandi al cinema francese e colori pastello, il Cinema di Anderson, tra la fiction e il cartoon in stop motion, si ripete sempre uguale, deragliato ormai in un manierismo che, in modo autoreferenziale, è diventato, allo stesso tempo, un marchio di fabbrica decisivo e una prigione artistica da dove, pensiamo, non sia più possibile evadere.

L’isola dei cani, l’ultimo film del regista americano, presenta in sé tutte le caratteristiche della sua Opera. Film d’animazione sui generis (simile al Fantastic Mr. Fox), la pellicola racconta l’avventura di un gruppo di cani, esiliati da una società totalitaria che li ha etichettati come nemici del popolo, insieme ad un giovanissimo pilota sognatore, per riacquistare la libertà e l’affetto dei propri padroni.

Anderson, scaltramente, oltre a mettere insieme un cast vocale pieno dei volti noti del suo cinema (Edward Norton, Bill Murray e Bob Balaban) e fantastiche new entry (il protagonista Bryan Cranston, perfetto interprete vocale del randagio dal cuore d’oro), confeziona questa favola giapponese ben consapevole di unire la fascinazione dell’esotico-orientale alla sua vasta gamma di perfetti pregi/difetti, rimanendo coerente con la sua carriera.

L’isola dei cani, in tutta la sua riuscita efficacia visiva e in tutti i suoi episodi sinceri e commoventi (il dialogo interlingua tra il giovane padrone e il suo nuovo cane/bodyguard), non porta nulla di nuovo (e, ovviamente, anche niente di male) al percorso concettuale-poetico del suo autore.

Pur cercando di far trasparire (forse più del solito?) dal suo racconto una morale politica condivisibile ma alquanto prevedibile (la paura del diverso, l’arroganza dei potenti, la resistenza dei cittadini come ultima arma democratica), il regista rimane intrappolato nella sua confezione estetica, ammaliando e divertendo lo spettatore, senza mai spingerlo oltre la sua linea di comfort, senza mai costringerlo a porsi delle domande.

Nella sua bellezza e nella sua divertita intelligenza, il Cinema di Anderson si conferma, dunque, in qualche modo, vuoto e incompleto, come se fosse troppo interessato all’apparenza, per fare il definitivo salto di maturità.

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Critico cinematografico

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