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Mercoledì, 17 Apr 2024

Cordelia controvento - Campionessa pugliese, partigiana a Roma, di Antonia Abbattista Finocchiaro - Editore Moretti & Vitali - 2023, pp. 128 – euro 12,00.

Recensione di Adriana Spera

Cordelia controvento è un libro necessario come tutte le opere che stanno venendo alla luce grazie all’encomiabile impegno di alcuni storici che sentono la necessità - tanto più nell’attuale fase della vita politica italiana e con rischi che corre la nostra democrazia - di ricordarci il sacrificio di tante e tanti che lottarono perché essa si realizzasse.

Studiosi che rappresentano «un movimento corale» alla ricerca di una testimonianza etica e civile indispensabile - come giustamente scrive nella prefazione Pasquale Martino, Presidente del Comitato Provinciale Anpi di Bari, - «quanto più si allontana nel tempo quel capitolo decisivo della storia del Novecento - al punto che sembrano doversi smarrire pericolosamente i valori che esso ci ha consegnato - tanto più diventa l'obbligo di coltivare la memoria attiva».

Cordelia Silvia La Sorsa nasce a Molfetta, sulla costa barese, il 31 gennaio 1919. Il padre Angelo, fratello dello storico e antropologo Saverio La Sorsa, oltre ad insegnare nelle scuole elementari e a dare ripetizioni, amico del gruppo di Matteotti, aveva fondato il primo sindacato cittadino degli agricoltori e ne curava gli interessi, antifascista convinto, sempre pronto ad affrontare l’arroganza dei gerarchi fascisti che, oltre a farlo pedinare, minacciavano di spedirlo al confino se non avesse smesso di difendere i piccoli proprietari terrieri e i braccianti sfruttati dai latifondisti locali. Costretto ad acquistare la divisa fascista la indossò un’unica volta.

Angelo era un uomo libero, dalle vedute molto aperte per quel tempo, specialmente al sud. Un padre che per Cordelia rappresenterà per tutta la vita un mito inarrivabile, un modello.

La madre Mina, che le resterà sempre accanto anche nei momenti più difficili, come molte donne provenienti da famiglie nobili decadute era stata istruita in casa.

Nel complesso, la famiglia La Sorsa era di larghe vedute. E Cordelia, nelle parole della sorella Maria «era tutto e più di tutto: intelligente, attivissima (faceva sport ed era campionessa pugliese di salto in lungo), grande lavoratrice, pestifera e assolutista, prodiga e comprensiva, esigente ma simpatica, allegra e comunicativa e chi più ne ha più ne metta… già da piccola piantava grane per ogni cosa».

Dal 1936 al 1939 pratica atletica leggera sotto la guida di Giosuè Poli (lo ritroveremo alle Olimpiadi del ’60 a Roma quale responsabile della nazionale di atletica), non solo un allenatore per Cordelia, sarà anche colui che la introdurrà in un ambiente di intellettuali antifascisti quali, ad esempio, Concetto Marchesi e Manara Valgimigli, rispettivamente Rettore e docente dell’Università di Padova. Era il momento in cui il regime fascista si serviva dello sport non solo per esaltare il “mito della razza italica” ma pure per esercitare un controllo sui giovani. Le donne, come abbiamo già visto in Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il Duce, non erano proprio ben accette, erano considerate comunque una sorta di esseri inferiori che potevano partecipare solo a pochi sport e con tempi ridotti rispetto agli uomini.

Il culmine della carriera sportiva di Cordelia fu nel 1939, quando partecipò ai Littoriali. Queste erano delle gare nazionali non solo sportive, inizialmente vi fu ammessa solo qualche donna, ma una vera e propria apertura al genere femminile avvenne solo nel 1938 attraverso i Gruppi universitari fascisti, i Guf.

Le universitarie erano considerate, come scriveva la rivista “Il Littoriale”: «la parte intellettualmente più eletta della gioventù femminile italiana, categoria di fascisti a cui il Regime ha riserbato – e maggiormente riserba pel domani – una maggiore mole di doveri e di responsabilità».

Ma l’accesso alle pratiche sportive delle donne, alla lunga, si rivelò controproducente perché difficilmente controllabile e deviante rispetto alle norme sociali e culturali dominanti.

La donna sportiva, uscendo dal guscio familiare poté introiettare una diversa immagine di sé che la spinse verso l’emancipazione da una cultura patriarcale e autoritaria.

E Cordelia, al tempo, non solo era iscritta alla facoltà di Lettere de La Sapienza a Roma dove, nel frattempo, era venuta per studiare, ma grazie al padre, era sempre cresciuta in un ambiente non solo antifascista ma con una visione della donna libera dalle catene familiari.

Insomma, famiglia e pratica sportiva, oltre alla frequentazione di intellettuali antifascisti, forgiarono una donna intollerante verso ingiustizie e autoritarismo, in altre parole, una combattente, una predestinata alla lotta partigiana.

Nonostante avesse appena avuto, nel 1942, la figlia Anna Maria, di cui non si seppe mai chi fosse il padre, nonostante fosse una ragazza madre (con tutta l’emarginazione che ne poteva conseguire in quell’epoca), nonostante le ristrettezze economiche dovute alla guerra e alla recente scomparsa del padre, Cordelia - dopo anni di militanza in gruppi comunisti clandestini, come Scintilla, poi confluito nel Movimento Comunista d’Italia (Mcd’I) - si gettò, come sempre nella sua vita, con generosità nell’impresa partigiana.

Arruolatasi nella Banda Bandiera Rossa, Gruppo Ciavarella, di base a Roma e attivo nella zona di Palena in Abruzzo, Cordelia assunse, il ruolo di Comandante di squadra, dal 10 settembre 1943 al 10 giugno 1944.

Un ruolo, quello di comandante, operativo e di vertice, un evento raro anche nel Movimento resistenziale - ancora troppo impregnato di cultura maschilista - in gran parte, specialmente ai vertici, composto da uomini, mentre alle donne erano affidati ruoli secondari di fiancheggiamento, di staffetta.

Eppure, vi furono epiche donne comandanti come quella Maria Grazia Baccante di cui ci hanno raccontato Carlo Picozza e Gianni Rivolta ne La Resistenza dimenticata.

Tutte, o quasi, come la stessa Cordelia, nel dopoguerra furono dimenticate. Anzi, furono guardate quasi con ostilità e rifiuto dalla società e faticarono non poco per veder riconosciuto il loro ruolo nella Liberazione dell’Italia e persino eventuali invalidità contratte nei combattimenti.

Viceversa, per quanto concerne gli uomini, come scrive lo storico Roberto Gremmo citando Giorgio Amendola: “questo gruppo di intellettuali di buona famiglia (l’Mcd’I, ndr) rappresentò il fulcro della organizzazione togliattiana della Resistenza Romana e …svolse “una grande funzione”…senza alle spalle una militanza politica né una formazione ideologica marxista e perfino intellettualmente un po’ spocchiosi, divennero il nuovo nucleo dirigente del P.C.I. romano per una precisa scelta del partito”.

Un libro questo di Antonia Abbattista Finocchiaro - basato su una approfondita ricerca documentale e bibliografica, e con il supporto del Comitato provinciale Anpi di Bari - Sezione di Molfetta “Giovanni e Tiberio Pansini” - che ha il merito di ricordare un’eroina dimenticata della Resistenza romana.

Meritoria la postfazione del Presidente Signorile, che ci racconta la Resistenza pugliese.

Una pagina come altre nella storia d’Italia dove le donne hanno sempre dato tanto, sono sempre state una riserva eccezionale di energia e pragmatismo, da usare e poi nascondere.

Adriana Spera
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