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Domenica, 16 Giu 2024

La Resistenza dimenticata copertina 1La Resistenza dimenticata, di Carlo Picozza e Gianni Rivolta (con prefazione dello storico Mauro Canali), Media&Books Editore – 2022 – pp. 168 – euro 18,00.

Recensione di Adriana Spera

Certamente il nostro paese sta perdendo la memoria della propria storia e di ciò sono colpevoli in tanti, dai mezzi di informazione alla scuola, stando alla lettura del saggio La resistenza dimenticata di Carlo Picozza e Gianni Rivolta, ma responsabilità, in tal senso, le hanno anche alcuni storici e la gran parte dei partiti politici.

A chi non vanno alla mente le affermazioni, ad esempio, di Luciano Violante, esponente di primo piano dell’allora Partito dei Democratici di Sinistra, nonché presidente della Camera durante la XIII legislatura: « Mi chiedo - disse Violante nel suo discorso di insediamento - se l'Italia di oggi non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri. Non perché avessero ragione, o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le due parti. Bisogna sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salo' e non dalla parte dei diritti e della libertà».

In particolare, la storiografia ufficiale tende a sottacere e sottovalutare l'importante ruolo che ebbe la lotta armata condotta dal Comitato di Liberazione Nazionale e da Bandiera rossa per liberare Roma dall'occupazione nazista, azioni che servirono anche come arma di distrazione per le truppe tedesche impegnate sul fronte di Anzio a impedire lo sbarco degli Alleati.

Sicuramente, su questo atteggiamento ha pesato la diatriba in seno ai partiti che componevano il Comitato di Liberazione di Roma in merito all'attentato di via Rasella. Un'azione eroica che ancora oggi la destra, e non solo essa, tenta ciclicamente di ridurre a mero terrorismo, quasi un'impresa delinquenziale, fino a raccontarci che le vittime erano dei semplici orchestrali prossimi alla pensione e non uno squadrone di SS che si era macchiato di atti di efferata violenza.

Volutamente si finge di dimenticare che molti degli eroi che condussero quelle coraggiose azioni, pagarono con la propria vita, torturati e uccisi in via Tasso, oppure fucilati a Forte Braschi o alle Fosse Ardeatine, perché resistenti, oppositori del regime fascista e non perché italiani, come qualcuno ha affermato recentemente.

Eroi che, talvolta, persino il loro partito di appartenenza, il Pci, inspiegabilmente ha dimenticato e la cui storia i nostri autori meritoriamente, dopo accurate ricerche di archivio, ci raccontano.

Si tratta di tre partigiani e tre partigiane: Luciano Lusana, Riziero Fantini, Maria Baccante, Salvatore Petronari, Raffaella Chiatti e Anna Carrani (quest’ultima, l’abbiamo già incontrata in Eravamo ribelli. Le operaie del tabacco in Italia, di Walter de Cesaris).

«Caduti nella Resistenza, caduti nell'oblio – scrivono Picozza e Rivolta, che aggiungono – sugli atti della loro vita, sui fatti messi in campo e sui misfatti subiti, si è consumata una “censura”».

Infatti, a proposito di Luciano Lusana, che pure, forte dalla propria esperienza di ex-ufficiale dell’esercito, fu determinante sia dal punto di vista organizzativo che formativo per creare e addestrare le formazioni partigiane nel Lazio, sia nella messa a punto delle strategie di lotta. Abile tanto nel mettere in comunicazione fra loro le varie cellule quanto nell’infiltrare i propri uomini nei comandi fascisti e nazisti e, addirittura, nell’ambasciata giapponese. Eppure, non c’è un rigo che ricordi Lusana nei sei volumi della Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza. Lo stesso Paolo Spriano, storico ufficiale del Pci, nella sua monumentale Storia del Partito comunista italiano, su cinque volumi non ha dedicato una citazione, neppure fuggevole, a Lusana, come, invece, si sono limitati a fare i giornali di sinistra l’UnitàPaese Sera.

Così pure sono rimaste avvolte dal mistero e mai del tutto chiarite le circostanze e i delatori che portarono al suo arresto e alla sua successiva detenzione a via Tasso, dove morì a causa delle torture subite.

Chissà, forse il suo modo di fare, così distinto, non rientrava nei canoni estetici del Partito, sempre chiuso e sospettoso rispetto a nuovi arrivati (eppure, Antonello Trombadori, allora comandante delle Brigate Garibaldi di Roma, gli diede l’incarico di costruire per il Partito un Servizio di controspionaggio); fatto sta che una partigiana come Carla Capponi lo definì un «un comunista con un temperamento un po’ anarchico» e Mario Fiorentini: «un politico di buon senso ma con un passato a noi sconosciuto: grande esperienza di cose militari ma l’ufficio che dirigeva era troppo scoperto… a Lusana faceva difetto la disciplina della clandestinità».

Insomma, quasi fosse colpevole della propria cattura, avvenuta invece ad opera di un avido delatore, tal avvocato Pistolini che lo vendette ai nazisti.

E anarchico per davvero era Riziero Fantini, da Coppìto, in provincia di L’Aquila che, partito socialista da ragazzo per l’America, incontrò oltreoceano la comunità degli anarchici, fra gli altri Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, contro la cui condanna si battè. Perseguitato per le sue idee dopo un periodo di peregrinazioni in centro America, tornò in Italia dove, nel frattempo, si era affermato il regime fascista.

Anche qui, nonostante fosse un gran lavoratore ed avesse ormai famiglia, venne perseguitato dal regime per le sue idee. Allo scoppio della guerra nel ’40, si avvicinò ai resistenti del Partito comunista, convinto che in un momento tanto difficile i distinguo ideologici non fossero utili per sconfiggere i nazifascisti. Dopo l’8 settembre, partecipò a numerosi scontri e diede vita alla prima formazione combattente del Pci a Valmelaina. Purtroppo, però, in questo ardimentoso gruppo e in quello di Montesacro, riuscirono ad entrare degli infiltrati (una specie che non mancava, dato che per ogni combattente denunciato v’era una ricompensa di 5.000 lire) e il tributo pagato per la libertà fu di ben 14 vite. Riziero e i suoi compagni, dopo esser passati per via Tasso e Regina Coeli, dove subirono indicibili torture, vennero fucilati a Forte Bravetta, altri alle Fosse Ardeatine. Quanto ai delatori, ben pochi pagarono, anzi, pure i pochi che a seguito di processo subirono delle condanne poi usufruirono dell’amnistia voluta da Togliatti.

Analogamente, era considerato anarchico Salvatore Petronari, anche detto l’”avvocatino” per la sua capacità di sostenere «con coraggio, passione e generosità» le ragioni dei facchini dei Mercati Generali e degli operai delle Officine del gas di via Ostiense. Fu tra quanti diedero vita all’Alleanza del Lavoro tra tutti i sindacati di sinistra, dalla CgdI all’Usi, sciolta nel 1922. La Questura di Roma addusse a motivo del suo arresto una «sospetta attività anticomunista» (sic!).

Come molti iscritti al Partito comunista d’Italia di Bordiga e Gramsci, nel 1922, Pertonari aderì agli Arditi del Popolo, guardati con sospetto dal Pci. Confinato, prima alle Tremiti e poi a Ponza, fraternizza con autorevoli esponenti del Partito comunista. Dopo l’8 settembre, aderisce ai Gap della VII zona - che comprendeva: Garbatella, Testaccio, San Paolo, Ostiense, Tormarancia e Acilia - fino a divenirne il commissario politico, con compiti di direzione strategica e operativa. Arrestato, viene portato a via Tasso e poi fucilato a Forte Bravetta. Nel dopoguerra, nonostante il suo ricordo sia vivo tra i suoi “assistiti”, tranne qualche cenno sulle pagine dell’Unità, su Petronari cade l’oblio.

Un capitolo a parte nella storia della Resistenza, in tutta Italia come a Roma, meritano le donne, poche di esse, pur avendo rischiato la propria vita tanto quanto gli uomini, ebbero riconoscimenti ufficiali per le azioni compiute. Un tema questo cui sono stati dedicati tanti libri, ricordiamo tra gli altri La Resistenza taciuta, di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina; Partigiane: le donne della Resistenza, di Marina Addis Saba, e La Resistenza delle donne, a cura di Giorgio Vecchio.

L’Italia era (ed è) un paese dove le discriminazioni di genere hanno sempre pesato molto, così è stato pure per le partigiane, solo in 19 hanno ricevuto la medaglia d’oro al valore. 

Insomma, è come se il ruolo delle donne partigiane sia stato rimosso, così è stato anche per le tre protagoniste di questo saggio: l’aquilana Maria Baccante, l’infermiera Raffaella Chiatti e l’operaia Anna Carrani.

La prima, molto attiva nelle formazioni di Bandiera Rossa, dapprima al Pigneto, dove dava rifugio ad ebrei, oppositori e militari in fuga dopo l’8 settembre; seminava chiodi a quattro punte prima del passaggio dei camion tedeschi; nascondeva e forniva armi ai ribelli. Poi, nascostasi nella Grotta rossa dell’Esquilino, teneva anche i collegamenti con i partigiani del nord reatino. Infine, aderì alla banda Meschini, operativa tra Magliana e borgata Ottavia. Dalle SS era ritenuta la Primula rossa di Roma. 

Ma le lotte di Maria continuarono anche nel dopoguerra quando, per essersi battuta per i diritti delle operaie della Cisa Viscosa, venne prontamente licenziata. Continuò a lottare per tutta la vita per difendere i più deboli.

Raffaella Chiatti infermiera professionale, grazie alla libertà di movimento derivante dal propri lavoro, operò come staffetta salvando più volte i compagni, trasportando sotto il camice armi e bombe rudimentali costruite dagli operai della Romana Gas e documenti. Dopo la guerra, pur avendo ricevuto l’attestato di Partigiana combattente, si ritira a vita privata. Paradossalmente, lei, che aveva corso tanti rischi, morì uccisa a 92 anni in casa, probabilmente da un ladro.

Dicevamo il ruolo delle donne, il coraggio taciuto delle donne. Man mano che con la guerra e l’occupazione nazista le condizioni di vita peggiorarono (non erano più reperibili tanti generi di prima necessità, mancavano acqua, gas e luce nelle case), le donne si mobilitarono, iniziarono gli assalti ai forni e ai negozi. Le operaie della Manifattura tabacchi di Piazza Mastai, guidate da Anna Carrani - dalla loro avevano una grande forza contrattuale: dovevano soddisfare le esigenze dei fumatori occupanti - sfidarono il divieto ed entrarono in sciopero, seppure per un’ora, ma fu un esempio che verrà seguito, che diede coraggio a molti.

Anche ad Anna Carrani verrà riconosciuto il ruolo di Partigiana combattente. Nel dopoguerra continuò ad occuparsi dei diritti delle lavoratrici da sindacalista della Cgil e da iscritta al Pci.

Ne La Resistenza dimenticata di Picozza e Rivolta, che si basa su accurate ricerche documentali, il lettore troverà minuziosamente narrate le gesta di decine e decine di eroi “minori”, ai quali dobbiamo la nostra libertà di cui, purtroppo, ne godono anche tanti emuli e nostalgici di quel tragico e fallimentare regime.

Adriana SperaAdriana Spera
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