28. 11. 2020 Ultimo Aggiornamento 27. 11. 2020

Col nuovo Isee, tasse universitarie alle stelle ma non per l'inflazione

Categoria: Temi di discussione

isee nuovoNel corso di un’audizione parlamentare, il Direttore Generale per l’inclusione e i diritti sociali e la responsabilità sociale delle imprese del Ministero del lavoro, salute e politiche sociali, Raffaele Tangorra, ha illustrato i risultati preliminari per il 2015 dell’andamento della riforma dell’Isee, con riferimento al Diritto allo studio universitario (Dsu).

L’analisi mette a confronto la distribuzione dell’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) risultante dalle dichiarazioni per l’anno accademico 2014-2015 con i vecchi criteri di calcolo, quelle del 2015-2016, con i nuovi criteri previsti dal Dpcm 159/2013 e una simulazione effettuata applicando il metodo di calcolo precedente alle dichiarazioni 2015-2016.

In primo luogo, emerge che la popolazione universitaria presenta condizioni economiche migliori (Isee medio di 21.000 euro e mediano di 18.000) di quelle che normalmente accedono alle politiche sociali (media 11.000 euro e mediana 7.000). Al di sotto di 20.000 euro di Isee, all'incirca la soglia massima di riferimento per accedere al Dsu (borse di studio, residenze, ecc.), ricadono il 50% delle famiglie di universitari, che diventano il 90% se, invece, si considera la totalità delle dichiarazioni Isee presentate in Italia.

Tra il 2014 e il 2015, si è registrato un calo del 7% di dichiarazioni per il Dsu, più contenuto rispetto al -25% delle altre prestazioni sociali legate all’Isee, confermando l’impressione che, in passato, la dichiarazione non era fedele, in assenza di controlli preventivi (come avviene ora da parte dell’Inps). Basti osservare che, prima, il 75% degli studenti universitari non dichiarava alcun patrimonio mobiliare (nessun conto corrente bancario o giacenza nulla al 31 dicembre) e molti dichiaravano un valore minore di quello effettivamente detenuto.

Ipotizzando una sostanziale invarianza del reddito tra il 2014 e il 2015, la distribuzione si è spostata dalle classi inferiori (è diminuita la frequenza per i valori Isee minori di 12.000 euro) a quelle superiori (oltre i 20mila e, soprattutto, dopo i 30 mila).

Anche se il nuovo indicatore segnala valori più alti, le differenze non sono sconvolgenti: il valore medio è aumentato del 10%, la mediana del 7% e la frequenza cumulata delle dichiarazioni fino a 20mila euro passa da 57% a 53,4%.

Applicando alle nuove dichiarazioni le vecchie regole, rispetto al 2014 la media aumenterebbe del 6%, la mediana del 4,5% e la frequenza cumulata fino a 20mila euro sarebbe del 55,5%.

In particolare, la componente patrimoniale, che nel 2014 pesava per il 20,5% del totale, passa al 23%, calcolando il 2015 con le vecchie regole (effetto emersione) e al 31% se si applica la rivalutazione delle rendite con la disciplina Imu, come previsto dalle nuove regole Isee.

Anche la componente reddituale presentava in precedenza un 20-25% di valori inferiori a quelli dichiarati al fisco ma, con i nuovi calcoli, alcune famiglie (affittuarie e composte da lavoratori dipendenti) potrebbero trovarsi con un valore Isee più basso.

In conclusione, secondo il dirigente del Ministero, ci si sta spostando verso una migliore distribuzione del diritto allo studio universitario a beneficio di coloro che ne hanno più bisogno.

Un diritto allo studio che andrebbe, però, rafforzato con l’introduzione di una ‘No Tax Area’, a beneficio di studenti in condizioni economiche estremamente disagiate ai quali, come emerge dai numeri, l’Università è praticamente preclusa.

Altro discorso è poi quello dell’aumento delle tasse universitarie conseguente all’introduzione dei nuovi parametri di calcolo dell’Isee, che sta colpendo la generalità degli studenti e delle rispettive famiglie.

Secondo il monitoraggio condotto da Link coordinamento universitario, che ha riscontrato incrementi dell’importo totale della contribuzione studentesca dell’ordine di diversi milioni di euro in alcuni atenei, si può ritenere che quest’anno le tasse universitarie siano cresciute di parecchio.

Al danno si aggiunge, però, la beffa dell’Istat che, ai fini dell’inflazione, ha quantificato a ottobre 2015 in appena lo 0,9% l’aumento delle tasse universitarie, calcolate su tre livelli di reddito ipotetici di una famiglia tipo di tre componenti, proprietaria della casa in cui risiede e priva di titoli e obbligazioni che producano altri redditi [1]. Sarebbe ben grave e in violazione dei Regolamenti europei vigenti [2] se, nel calcolare il costo di immatricolazione o iscrizione, non si sia tenuto conto della rivalutazione della componente patrimoniale prevista dal nuovo Isee.

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[1] Istat (2013), Indici dei prezzi al consumo – Aspetti generali e metodologia di rilevazione (pag. 103).
[2] L’articolo 4 del Regolamento europeo CE 2166/1999 statuisce che “Le variazioni dei prezzi d’acquisto derivanti da cambiamenti nei redditi degli acquirenti sono indicate come variazioni dei prezzi nell’Ipca”. Per l’Istat (ibidem, pag. 70) sono solo 4 le posizioni rappresentative relative a servizi a domanda individuale che ricadono in tale fattispecie (le tasse universitarie non sono incluse): mense scolastiche; mense universitarie; nidi d’infanzia comunali e case di riposo. Tutte hanno fatto registrare nel 2015 variazioni di prezzo inferiori al 1%, tali da far sospettare che non si sia tenuto conto dei nuovi parametri di calcolo dell'Isee.


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