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Mercoledì, 29 Mag 2024

A che ora si mangia? Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti (secoli XVIII-XXI) di Alessandro Barbero, edizioni Quodlibet, Macerata, 2017, pp.87, euro 10.

Recensione di Roberto Tomei

Docente di Storia medievale all’Università del Piemonte Orientale, Alessandro Barbero è romanziere e saggista. Nella sua prima veste ha vinto nel 1996 il Premio Strega col suo romanzo d’esordio (Bella vita e guerre altrui di mr. Pyle, gentiluomo), mentre come saggista ha rivolto i suoi interessi alla storia militare e al periodo medievale, cui ha dedicato diversi lavori (da ultimo, Costantino il Vincitore del 2016).

Nel libro, dalla tematica assai singolare, che qui si presenta, Barbero sottopone ad analisi l’orario dei pasti quale espressione del ritmo della vita che siamo abituati ad accettare come naturale, almeno fino a quando non veniamo a conoscere abitudini diverse dalle nostre. Scopriamo così che gli orari dei pasti sono, invece, una costruzione culturale e cambiano non solo da un paese all’altro ma anche da una classe sociale all’altra e da un’epoca all’altra.

Proprio questo cambiamento è al centro di questo saggio. Tra la fine del ‘700 e i primi del secolo successivo, scopriamo così che fu l’aristocrazia a Londra e a Parigi a modificare gli orari dei pasti quotidiani. Il pranzo, all’epoca il pasto principale della giornata, cominciò a essere consumato sempre più tardi, fino alle cinque, le sei e perfino le sette del pomeriggio, mentre a metà mattinata veniva introdotta una robusta colazione, il déjeneur à la fourchette, e scompariva la cena serale.

Nel corso dell’Ottocento anche le classi medie adottarono la nuova moda, che cominciò, sia pure lentamente, a diffondersi anche in altri paesi, come l’Italia, la Germania, la Russia e gli Stati Uniti, ma nel frattempo gli aristocratici francesi e inglesi, continuarono a spostare l’orario del pranzo sempre più tardi, fino alla sera, con la conseguenza che il divario delle abitudini non si ridusse realmente fino al secolo ventesimo. Un cambiamento che destò non poco interesse e che fu anche al centro di discussioni, ma sembra che i motivi fossero da ricercare nella volontà delle classi dirigenti delle due massime potenze mondiali di prendere le distanze rispetto alla borghesia, segnando un solco fra capitale e provincia, fra paesi moderni e paesi culturalmente arretrati.

Il fenomeno, finora mai studiato, è di notevole interesse sia per gli storici che per i letterati. Basti pensare che dopo 150 anni, i paesi francofoni non hanno ancora smesso di discutere di tali questioni e degli slittamenti semantici che ne sono conseguiti. Una faccenda che ha provocato qualche imbarazzo anche ai lessicografi, come lo Zingarelli, che si limita a definire il pranzo come “pasto principale del giorno”, ma si guarda bene da indicare l’orario, pur essendo certamente consapevole che per la stragrande maggioranza degli italiani è il pasto di mezzogiorno, principale o no.

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