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Giovedì, 19 Feb 2026

di Biancamaria Gentili

Questa è la parabola delle risorse umane e materiali del fu Istituto di studi e analisi economica (meglio noto come Isae), da qualche anno soppresso e  inglobato dall’Istat, senza che ci sia mai stata la riunione delle dotazioni organiche dei due enti.

L’Isae nacque nel 1999, a seguito della legge n. 94/97, che ordinò la fusione dell’Istituto nazionale della congiuntura (Isco) con l’Istituto per lo studio della programmazione economica (Ispe).

L’Isco è una creatura degli anni’50. Qui furono sviluppate le prime tavole Input/Output per l’Italia e si collazionava la Relazione generale per conto del ministero del Bilancio: i tre volumi grigi (e poi bianco verdi) sempre attesi con bramosia, che ogni estate, riepilogando la situazione economica italiana, declinavano la sintesi annuale dettata dal Pil. L’Isco svolgeva alcune rilevazioni statistiche (di dati congiunturali qualitativi, poi proseguite all’Isae) e perciò i funzionari erano abituati a un organizzazione “gerarchizzata”.

L’Ispe, invece, compare solo nel 1968, all’epoca della Programmazione economica, con i ministri Giolitti e Ruffolo.

Vero e proprio think tank del ministero del Bilancio, esso forniva contributi operativi al Parlamento come alle amministrazioni centrali e regionali, spaziando dalla finanza pubblica alla cultura e all’ambiente, ed aveva una dotazione econometrica rilevante (dai modelli di equilibrio generale a quelli di microsimulazione). Si ricorda che l’Ispe, a metà anni ’90, era stato il primo ente a richiedere il dottorato di ricerca tra i requisiti di partecipazione al concorso per ricercatore.

L’Isco osteggiò fortemente la fusione. Sta di fatto, però, che tutti gli incarichi del neonato Isae furono assegnati alla schiera ex Isco.

Il resto è storia recente. A quasi due anni dal loro trasferimento forzato in Istat, i ricercatori e tecnologi del soppresso ente sembrano aver lasciato ben poco il segno.

Lo stato delle cose vede scompaginate sia conoscenze di alto livello, sia relazioni organizzative e non solo riguardo alla ricerca: già il decreto legge aveva assegnato al ministero dell’Economia il personale tecnico/amministrativo dell’Isae, reo forse di percepire indennità di ente mensili elevate, tali da destabilizzare l’Istat qualora fossero stati assunti trasferiti a via Balbo.

Del personale di ricerca trasferito all’Istat, cinque sono in distacco (quattro al ministero dell’Economia e uno ad Eurostat); due sono in comando (Cnr e Inail) e uno in aspettativa; altri tre continuano a rivestire autorevoli incarichi presso altri enti; due tra i chief economists (a tempo determinato) e il vincitore di un concorso ad associato sono approdati altrove. Infine, le tre unità precarie: tali sono ancora, anche se due sono state assunte a tempo determinato.

Intanto, è stato assunto dall’Istat il vincitore di un concorso bandito dall’Isae nel 2009.

Nell’Istituto statistico che sembrava averli accolti a braccia aperte, il “prestigioso drappello” dei quarantaquattro a tempo indeterminato, più alcuni a tempo determinato, nel frattempo non poco assottigliatosi, può contare sulla titolarità di zero direzioni e di zero servizi.

Da notare che, forse per mera coincidenza, le prime nomine ex Dpr 166/2010, di riordino dell’Istat, furono fatte appena un mese prima dello “sbarco” a via Balbo degli ex Isae.

In tutto sono appena cinque le Unità Operative Istat dirette da personale proveniente dall’Isae: due in staff al direttore Dipartimento Conti nazionali e statistiche economiche; due alle Direzioni del Dipartimento Integrazione e uno in Direzione Amministrativa/patrimonio. Nessuno di essi lavora con ex colleghi.

A differenza dei loro omologhi statistici impegnati nella ricerca, i tecnologi già direttori e dirigenti Isae, non rivestono allo stato alcuna responsabilità nel perenne cantiere dell’organigramma amministrativo dell’Istat.

Tra i pochi risparmi conseguiti a seguito del provvedimento di accorpamento, vi sono solo figurativi i 750 mila euro del turn/over Isae 2009 e 2010.

Sono certamente risparmiati gli stipendi non più pagati al presidente e al direttore generale dell’Isae nonché tutte le indennità per gli incarichi cessati, da allora non più erogate.

In conclusione, dopo la chiusura dell’Isae, voluta dal ministro Tremonti e gestita dall’allora direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli,  sono in tanti a ritenere che nessuna attività core o funzione dell’ex Istituto di piazza Indipendenza sia presidiata in Istat, neppure da unità provenienti dall’Isae stesso, che nell’ente di via Balbo appaiono desaparecidos. Allo stesso modo sembra pensarla Luigi Guiso, nel'intervento apparso sul Sole 24 Ore di giovedì, 8 novembre.

Sembrano essersi perse le tracce pure del bilancio di chiusura dell’attività dell’Isae. Le richieste avanzate più volte dall’Usi-Ricerca, anche al fine di verificare la consistenza del fondo indennità di buonuscita/Tfr del personale transitato in Istat, sono rimaste inevase.

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