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Lunedì, 24 Ago 2026

Il 4 marzo scorso si è celebrata l’Obesity Day, tema di grande rilevanza tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), definendola globesità, la annovera fra le nuove pandemie, come malattia multifattoriale e cronica.

Ultimamente, due studi, effettuati dall’Università di Bologna e di Lille in Francia, hanno accertato la stretta correlazione tra sovrappeso, obesità e mortalità della malattia da sars CoV-19.

Per venire a noi, in Italia una persona su tre è in sovrappeso (36% con preponderanza maschile, 45,5% rispetto al 26,8% delle donne) e una su 10 (oltre 5 milioni) è obesa, ed è obeso un bambino su tre, nella fascia di età fino a 8 anni.

Secondo una indagine dell’Istituto Superiore di Sanità, su 50.000 bambini, il 21,3 % è risultato in sovrappeso e il 9,3% obeso. Sono dati che impongono una seria riflessione, visto che il sovrappeso incide sulla spesa sanitaria per il 9%, riduce il PIL del 2,8% e gli italiani vivono 2,7 anni in meno.

Quest’anno è il ventesimo anno di questa giornata dedicata all’obesità che è servita per “ricordare”, come e stato dichiarato, che tutti gli interventi di prevenzione, fino ad ora, si sono dimostrati inefficaci perché basati sul paradigma della responsabilità personale ma, essenzialmente, perché manca ancora un piano di prevenzione.

Sono vent’anni, dunque, che si continua a fare analisi dei dati e presa d’atto della continua e graduale escalation, senza porre in essere misure strutturali capaci di invertire la rotta, pur avendo contezza del fatto che il sovrappeso e ancor di più l’obesità rappresentano moltiplicatori di malattie non trasmissibili: si stima che il 44% dei casi di diabete di tipo 2, il 23% di cardiopatie ischemiche e fino al 41% di alcuni tumori siano attribuibili all’eccesso di peso.

Si tratta di dati forniti in occasione della Obesity Day e in quella stessa giornata, come avviene da da 4 lustri, è continuato il silenzio assordante di chi deve occuparsi di mettere fine a questa spirale interminabile.

Negli ultimi trent’anni, sono mutati i costumi e i comportamenti alimentari: junk food, energy drink, bevande zuccherate, e campagne di marketing al limite della legalità, hanno funzionato da cinghia di trasmissione all’impennata di obesità; la combinazione fra diete scorrette e stile di vita sedentaria hanno determinando una tempesta perfetta.

Senza un’inversione di tendenza, entro il 2025 saranno obese e malnutrite una persona su due, ha dichiarato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO. Forse è giunta l’ora di pensare con decisione alla prevenzione più che a rimedi che servono a “fermare il vento con le mani”.

Serve un percorso adeguato di educazione nutrizionale, specialmente fra i più piccoli, abituandoli al modello alimentare mediterraneo, riconosciuto il più efficace e il più sostenibile da tutti, comprese OMS e FAO.

Più che celebrativa, l’Obesity Day dovrebbe diventare “meditativa”, evitando di riempire pagine di giornali e lanciare annunci che cadano sistematicamente nel nulla.

Adoperarsi, mentre si aspetta il prossimo anno, può rappresentare un grande atto di responsabilità, utile a dare senso vero e risposte certe alle prossime “celebrazioni”.

E, non è una ovvietà.

Vito Amendolara
Presidente "Osservatorio Dieta Mediterranea"
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