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Mercoledì, 28 Ott 2026

di Adriana Spera

Appena ottenuta la fiducia, Renzi ha subito avvertito, incontenibile, il bisogno di un salutare bagno di folla. Detto e fatto. Luogo prescelto una scuola di Treviso, dato che, a suo dire, proprio dalla scuola si deve ripartire: “Attueremo un piano straordinario con procedura d’urgenza per rammendare la scuole durante la pausa estiva”. Per i fondi, pensa di modificare il patto di stabilità.

Ma questo è niente. Agli alunni delle elementari e medie della scuola "Coletti" ha dato direttamente la sua casella di posta elettronica: "Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.:”. E, poi, sbrigativo e diretto come sempre, ha detto loro: ”Segnalatemi quello che non va, ogni settimana andrò in una scuola e poi tornerò a Roma a fare i compiti …”.

Ora, dei Rettori si può pensare e dire quel che si vuole, tranne che non siano dei tipi svegli, cui certo non fa difetto l’intuito. Per di più, negli ultimi governi, i Rettori hanno fatto anche esperienza politica, tra di loro essendo stati scelti ben due ministri dell'Istruzione, cui, anche se non potevano saperlo, stava per aggiungersi un terzo, nella persona della neo ministro Giannini.

Probabilmente, fiutando le intenzioni di Renzi, devono giustamente aver pensato che se il premier comincia dalle elementari e vuole visitare tutte le scuole, prima che approdi agli Atenei si rischia di arrivare a nuove elezioni, che il Fiorentino potrebbe anche non vincere. E allora addio Università.

Senza pensarci su due volte, ben prima che il governo si insediasse, il 20 febbraio i Rettori, rompendo gli indugi, hanno deciso di fare un appello al governo con  premier ancora in pectore, individuando quattro priorità e segnalando le corrispondenti azioni da intraprendere, qualificate come ”non più rinviabili” in quanto “vere e proprie emergenze per l’Università italiana”.

Innanzitutto, i Magnifici chiedono un piano straordinario per “i giovani migliori”, ai quali dare “un’opportunità”, prima che vadano a ingrossare la schiera dei cervelli fuggiti che, come si sa, a tornare in Italia poi proprio non ci pensano; del resto, è appena il caso di ricordarlo, i tentativi finora compiuti per allettarli a fare marcia indietro si sono rivelati a dir poco maldestri, così da non sortire risultati degni di nota.

In secondo luogo, considerato che un giovane su quattro non ce la fa, per le condizioni della famiglia di provenienza, a iscriversi all’Università, i Rettori, sensibili al problema, chiedono, come da previsione costituzionale sistematicamente disattesa (art. 34), di ripristinare il diritto allo studio.

Il rafforzamento della ”alleanza tra formazione e mondo del lavoro” è al terzo posto tra le preoccupazioni degli accademici, che chiedono, al riguardo, l’adozione di opportune “azioni di defiscalizzazione” che “ incentivino un rapporto più stretto tra università e imprese”.

Il cahier de doléances si chiude, infine, con la richiesta di far uscire, una volta per tutte, l’Università dalle secche normative in cui è rimasta incagliata. Pur nel “rispetto rigoroso della sostenibilità finanziaria e della ricca e differenziata identità e pluralità scientifica e culturale degli Atenei, i Rettori chiedono, “per dare più libertà alle Università di competere”, l’avvio di una drastica azione di semplificazione.

Se il premier dovesse essere d’accordo con loro, per la neo ministra per la semplificazione, Marianna Madia, si aprirebbe così un primo fronte di intervento.

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