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Martedì, 10 Feb 2026

Ai lavoratori dipendenti i fondi pensione non piacciono. E alla luce del recente andamento delle borse non si può dargli torto.

Perché mettere a rischio i soldi che dopo l'uscita dal mondo del lavoro dovrebbero garantire la serenità economica?

Nel 2008 l'investimento totale dei fondi pensione era appena il 3,4% del Pil, contro il 113,7% dei Paesi Bassi. E a fine dicembre 2009 gli iscritti alle forme pensionistiche complementari erano 5 milioni, la maggior parte dei quali lavoratori del settore privato, spinti dai sindacati confederali,  cogestori dei fondi negoziali, a rinunciare ai benefici sicuri del Tfr, in cambio del miraggio di maggiori rendimenti promessi dai fondi pensione.

Ancora marginale è, al momento, la presenza dei lavoratori pubblici, nonostante le pressioni esercitate in occasione dei rinnovi contrattuali, per devolvere ai fondi pensione parte delle risorse stanziate per l'adeguamento degli stipendi.

In una recente audizione parlamentare, Antonio Finocchiaro, attuale presidente della Commissione di Vigilanza sui fondi pensione (Covip), ha ammesso che la progressiva riduzione degli importi delle pensioni (i cui effetti inizieranno a farsi sentire tra qualche anno quando il tasso di sostituzione tra stipendio e pensione scenderà drasticamente) crea un "problema che in una prospettiva non lontana potrebbe assumere connotazioni drammatiche…in particolare tra i dipendenti con contratto a termine, i giovani, i lavoratori autonomi, le cui adesioni alla previdenza complementare stentano a decollare".

Per ovviare alla scarsa appetibilità della previdenza integrativa, Finocchiaro non esita ad invocare interventi normativi per introdurre elementi di obbligatorietà, almeno per la contribuzione a carico del datore di lavoro e auspica una riproposizione del meccanismo dell'adesione tacita o automatica non solo per il personale di nuova assunzione ma anche per coloro che già in passato hanno manifestato la volontà di tenersi il Tfr.

E l'analisi delle performance sembra dare ragione proprio a coloro che hanno preferito la lenta ma sicura rivalutazione annuale del Tfr, che è pari al 75% dell'inflazione più 1,5 punti.

Nel periodo 2003-2008 il Tfr si è rivalutato del 17,3 per cento, i fondi pensione negoziali del 17,1 per cento e i fondi pensione aperti del 7,8%.

E anche se nel 2009 l'andamento delle borse ha garantito un forte recupero nei rendimenti dei fondi pensione, il vantaggio si è nuovamente dissolto nei primi mesi del 2010. Ma la scarsa fiducia nei fondi pensione sembra affondare le proprie radici anche in problemi di altra natura, che sono stati evidenziati nello studio della Banca d'Italia "La governance dei fondi pensione in Italia: miglioramenti possibili".

Un primo fattore di criticità individuato è la mancanza di garanzie in un'adeguata composizione dei trade-off tra rappresentanza e competenza, in particolar modo per i fondi negoziali, che vedono la presenza di rappresentanti sindacali nei cda.

Inoltre, la disciplina di riferimento non chiarisce adeguatamente la ripartizione dei ruoli e delle responsabilità tra lo stesso cda, il responsabile del fondo e il soggetto preposto alla funzione di controllo interno, con la possibilità che si vengano a creare pericolose sovrapposizioni.

Infine, si riscontrano lacune anche sul piano della gestione dei conflitti di interesse.

Se non si porrà rimedio a tali disfunzioni, sarà difficile, a meno di interventi coercitivi, che nei prossimi anni la previdenza complementare integrativa possa riscuotere il favore dei lavoratori.

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