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Lunedì, 09 Feb 2026

Destino “ballerino” quello dell’università. Infatti,  se qualche settimana fa il sottosegretario al Miur, Davide Faraone, uomo notoriamente assai vicino al premier Renzi, diceva di volerla rivoltare come un pedalino, soltanto pochi giorni dopo la ministra Stefania Giannini ha affermato invece che l’università non si tocca, perché sta bene così com’è.

Per Faraone, si tratta di dar vita, previa rottamazione dell’esistente, alla Buona Università, un obiettivo che si potrà raggiungere soltanto dopo aver rivisto quasi tutti i fondamentali del sistema dal diritto allo studio all’orientamento, dai finanziamenti alla valutazione, fino alla didattica e oltre.

All’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Trieste la ministra, al contrario, ha detto chiaro e tondo che “l’università non ha bisogno di un’altra riforma, che andrebbe a complicare una situazione gia di per sé complessa, laddove c’è solo bisogno non solo di garantire una qualità media della didattica che è ancora competitiva ma di avere un investimento forte e mirato sugli elementi di eccellenza”.

Nell’occasione, la ministra è tornata a parlare del Piano nazionale della ricerca, che verrà presentato nel mese di marzo al Cipe e al governo e “conterrà una forte integrazione con le politiche europee e regionali”.

Tre le precisazioni importanti. Innanzitutto, si tratterà di un documento in cui verranno  gerarchizzate le priorità, così da consentire sia agli operatori pubblici che privati, su quali di esse varrà la pena investire; in secondo luogo, la ministra ha annunciato novità sul reclutamento dei ricercatori intorno ai centri di ricerca, così da costruire una roadmap collegata agli investimenti europei nei prossimi anni; in terzo luogo, ha rassicurato sui tagli, definiti “un capitolo di storia passata”, dato che quest’anno il governo ha strutturalmente consolidato 150 milioni in più sul fondo di finanziamento ordinario dell’università.

Fino a pochi giorni fa, Faraone e Giannini, pur facendo parte della stessa coalizione di governo, appartenevano a partiti diversi, tra i quali si poteva anche accettare che intercorresse una certa qual dialettica de re publica gerenda. Ora che tutti e due, a seguito della recente migrazione del grosso (si fa per dire) di Scelta civica nel Pd, si ritrovano nello stesso partito, c’è da sperare che il futuro dell’università sia meno incerto e più radioso.

Ma le premesse non sembrano delle migliori.

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