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Domenica, 08 Feb 2026

di Roberto Tomei

Uno dei più comuni tra i luoghi comuni italici dice che il Sud vive sulle spalle del Nord, cioè dell'Italia che produce.

E tanto è radicato questo modo di pensare, peraltro rafforzatosi in questi ultimi anni, che è stato fatto proprio persino da non pochi meridionali, soprattutto tra quelli emigrati al Nord.
Un recente volume di Gianfranco Viesti, Il Sud vive sulle spalle dell'Italia che produce. Falso! (Laterza, editore), si incarica ora di demolire questa diffusa quanto erronea credenza che "non è ben chiaro che cosa significhi, ma poco importa", dato che non c'è nemmeno "bisogno di portare prove a conforto di un fatto che è sotto gli occhi di tutti".

Si dice, innanzitutto, che "senza il Sud l'Italia sarebbe più ricca". In realtà, si tratta di un'ovvietà statistica: tutte le nazioni, senza le regioni a più basso reddito, avrebbero la stessa sorte, anche la Germania, che ha comunque preferito riunificarsi con i tedeschi più poveri. La ragione è la stessa che è alla base dell'unificazione europea, ossia quella di diventare più forti attraverso un mercato unico. La storia americana insegna.

Si afferma, quindi, che "il Sud rallenta lo sviluppo del Paese, perché cresce meno del Nord". Ma è questa soltanto una verità parziale, perché storicamente datata. In verità, negli ultimi quarant'anni "l'andamento del Sud e del Nord è sempre stato simile, la crescita delle diverse parti del Paese è stata vicina alla media nazionale", certamente inferiore al passato, a causa della globalizzazione.

Si sottolinea, poi, che le regioni del Sud hanno inghiottito un fiume di risorse pubbliche senza grandi risultati. La verità è che tali politiche non ci sono più da tempo, ma soprattutto è "l'intera Italia che ha bisogno di questi investimenti", che creano "un effetto positivo significativo anche al Nord, perché le sue imprese vincono gli appalti, forniscono materiali e macchinari". Mentre non avviene il contrario.

Si dice altresì che i soldi dati al Sud sono soldi buttati, quando addirittura non vanno alle mafie. In concreto, i tempi di realizzazione delle opere sono simili un po’ in tutta l'Italia, anche dove le opere sono finanziate con altri fondi e valgono altre regole.

Il Sud certo detiene record negativi, ma, ancora una volta, "il problema è nazionale".

Il Sud viene inoltre dipinto come la terra dello statalismo, mentre è vero il contrario. Infatti, non solo la spesa pubblica rapportata alla popolazione è inferiore nel Mezzogiorno rispetto alla media nazionale ma lo stesso può dirsi rispetto al Pil.

Il settore pubblico italiano favorisce, in realtà, le regioni autonome e, "nella graduatoria, le regioni del Nord, del Centro e del Sud si mescolano". Non è, quindi, il settore pubblico al Sud a essere troppo grande, ma il settore privato ad essere troppo piccolo.

E' il Nord, si dice ancora, che lavora che mantiene il Sud parassita. Una vecchia e mai sopita contrapposizione, rilanciata nell'ultimo ventennio dalla Lega, che ancora di recente ha invitato il Nord a "tenersi i propri soldi", insistendo così non sulla crescita del Paese ma sulla redistribuzione.

Sennonché, Costituzione alla mano (art. 53) "la redistribuzione è fra cittadini; non c'entrano nulla i territori".

Insomma, i ricchi pagano di più, tanto al Nord quanto al Sud, la pressione fiscale essendo identica in tutto il Paese. Anche se tutto ciò non garantisce, purtroppo, servizi efficienti e amministrazioni responsabili nelle diverse aree del Paese stesso.

Infine, si afferma che i meridionali non hanno cultura, senso civico, capitale sociale. Al riguardo, è importante rilevare che si tratta di fattori immateriali che è difficile misurare e ancor più difficile è stabilirne il nesso di causa ed effetto con l'insufficiente sviluppo economico.

In ogni caso, adottare questo atteggiamento, che equivale a pensare che ci sia un modello di società verso cui tendere come metro per valutare gli altri, significa non tener conto delle diversità e che sono varie le combinazioni che possono portare al successo i paesi.

"Abolire il Mezzogiorno", in conclusione, non è che un vuoto stereotipo e un vieto preconcetto.

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