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Domenica, 20 Set 2026

Sully, di Clint Eastwood, con Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney, Anna Gunn, Mike O'Malley, Ann Cusack, Sam Huntington, Jamey Sheridan, Autumn Reeser, Jerry Ferrara, Jeff Kober, Holt McCallany, Molly Hagan, Chris Bauer, Michael Rapaport, durata 96’, nelle sale dal 1 dicembre 2016, distribuito da Warner Bros.

Recensione di Luca Marchetti

Il 15 gennaio del 2009, il volo passeggeri US Airways 1549, qualche minuto dopo la partenza dall’aeroporto newyorkese La Guardia, fu colpito da uno stormo di oche canadesi che mandò in avaria entrambi i motori.

Il comandante Chesley Sullenbeger, grazie ad un’esperienza di quarant’anni di volo e all’intuizione di un momento, riuscì in un impossibile ammaraggio sul fiume Hudson, mettendo in salvo tutte le 155 persone presenti sull’aereo.

A quasi dieci anni da quel “miracolo” (come lo chiamarono i media statunitensi), non poteva non essere Clint Eastwood il regista disposto a portare sul grande schermo la vicenda di questo eroe per caso americano.

A differenza di Flight, il film di Robert Zemeckis ispirato (molto liberamente) alla tragedia del volo Alaska Airlines 261 del 31 gennaio 2000, Sully di Eastwood è una pellicola che, con un coerente e pulito rigore, evita ogni tentativo di spettacolarizzare oltre il dovuto la vicenda. Sia l’incidente che la successiva inchiesta della compagnia per capire le responsabilità dell’evento sono di una lucidità ammirevole. Il film si concentra totalmente sul proprio protagonista.

Il Sully di un fenomenale Tom Hanks, completamente a proprio agio con i capelli candidi e con la cura “Eastwood”, è un uomo comune, ritrovatosi a ricorrere, in un’improvvisa situazione di pericolo, a tutto il proprio mestiere e “talento”, consapevole fino in fondo di star facendo la cosa giusta.

Probabilmente un altro pilota, un altro uomo, al posto del comandante Sullenberg, in quei 208 secondi che hanno deciso tutto, avrebbe compiuto altre scelte, condannando tutti alla morte. Nell’equazione dell’incidente, dunque, l’incognita che ha mutato la tragedia in successo è una sola: Sully.

E’ proprio attraverso quest’atto di coraggio personale che Eastwood desidera sottolineare l’importanza decisiva del “fattore umano”, quell’impercettibile ma decisivo “ingrediente” che cambia ogni cosa.

L’umanesimo del regista californiano, la sua dedizione nel raccontare storie umane, rifuggendo qualsiasi tentativo di estremizzare/ridicolizzare il dolore, la tragedia o le emozioni, trova in Sully la sua compiuta e commovente realizzazione.

La paura e il sollievo dei passeggeri (i brevissimi flash che ci permettono di conoscerne alcuni sono chiari esempi di un Cinema che “non lascia nessuno indietro”), la frustrazione del primo ufficiale Jeff Skiles (un grande Aaron Eckhart) contro le accuse di chi “non c’era in quella cabina di pilotaggio” e, soprattutto, il travaglio dello stesso Sully, diviso tra l’orgoglio di rivendicare il proprio gesto a dispetto di artificiose simulazioni e gli incubi del disastro che sarebbe potuto essere, sono le fondamenta emotive di una pellicola che, pur con il necessario obiettivo di intrattenere, vuole essere solo ed esclusivamente un necessario racconto edificante.

Perché Eastwood, come i grandi cineasti e autori della sua patria, non ha bisogno di vomitare accuse e rilevare problemi o nefandezze del sistema per accreditarsi come alfiere della “Verità” o voce dei più deboli. Per lui è più utile indicare solo la strada giusta, parlare della “parte migliore”, per dare un giudizio di valore sul mondo che lo circonda.

A volte, basta, narrare le gesta di un comandante, del suo primo ufficiale, delle sue hostess e di tutti i soccorritori accorsi quella mattina sull’Hudson, per ricordarci che i miracoli accadono.

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critico cinematografico

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