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Mercoledì, 22 Apr 2026

Mal di pietre di Nicole Garcia, con Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan, durata 116’, nelle sale dal 13 aprile 2016, distribuito da Good Films.

Recensione di Luca Marchetti

Dopo un passaggio, non troppo fortunato, nel concorso dello scorso festival di Cannes, arriva nei cinema italiani Mal di pietre, film diretto dalla regista francese Nicole Garcia. Tratto dall’omonimo romanzo dell’italiana Milena Agus, campione di vendite in Francia, la storia è stata traslata dalla Sardegna dell’autrice alla calda e polverosa Provenza di inizio anni cinquanta, perfetta ambientazione per gli struggimenti d’amore e le calde ossessioni della protagonista Gabrielle.

Il film, sin dalle primissime inquadrature, punta a costruirsi totalmente sulla prova, ancora una volta istintiva e sofferta, della splendida Marion Cotillard. Ormai abituata a questi ruoli passionali e tormentati, dove la sua bellezza slavata e i suoi enormi occhi stracolmi di dolore possono trovare lo spazio ideale per sublimarsi.

E’ vero che l’attrice parigina, ormai, sembra quasi condannata a ripetere all’infinito lo stesso ruolo, come se la bravura nel saper rendere plastiche le emozioni di donne che danzano su dolori e drammi interni debba, per forza di cose, diventare una prigione dorata. Eppure, è altrettanto vero, che la Cotillard sa davvero affrontare questo copione emotivo-interpretativo nel miglior modo possibile, gestendo il giusto equilibrio fra patetismi appariscenti e viscerali turbamenti realistici. E’ dunque un peccato vedere la sua prova perdersi dentro il film della Garcia.

Noi amiamo i melò e non pretendiamo che opere di questo genere debbano essere esempi di sceneggiature audaci e perfette o lavori dai toni fin troppo seri e pretenziosi. L’amore folle di Gabrielle, divisa dall’abnegazione fedele a un marito non amato e il trasporto verso un reduce morente conosciuto in una stazione termale (luogo chiave della vicenda), era un fenomenale argomento per costruire un film straziante e delicato, popolare ma sincero.

Purtroppo la regista, a differenza della sua attrice, perde quasi immediatamente il metro giusto per cucire la pellicola. Attratta da facili trovate narrative, da composizioni strutturali arroganti (il gusto con cui sottolinea il colpo di scena finale) e da un insopportabile sadismo verso i propri personaggi, Nicole Garcia trasforma la storia di Milena Agus in una pellicola pedante, dove le ambizioni confuse dell’autrice disinnescano le potenzialità sentimentali della vicenda e la costruzione di un legame empatico con i protagonisti.

Da questo punto di vista, l’unica figura che riesce a emergere nel contorno disordinato di umori e volti costruito intorno alla Cotillard è lo stoico marito interpretato dallo spagnolo Alex Brendemühl, un personaggio che accetta il sacrificio di un amore sincero, ma non corrisposto, con una dedizione e silente passione commoventi.

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critico cinematografico

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