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Mercoledì, 14 Gen 2026

Populismo 2.0 di Marco Revelli, Editore Einaudi, Torino, 2017, pp. 155, euro 12.

Recensione di Roberto Tomei

Assai in voga nel vocabolario della politica e dei media, populismo è termine ormai transitato nel linguaggio comune. Anche se c’è addirittura chi gliela attribuisce, di regola esso non ha una connotazione positiva, in quanto sta a indicare, nel suo significato minimo e essenziale, una “deriva” della democrazia, che talora giunge a mettere in discussione l’idea stessa di democrazia.

Nel libro, che qui segnaliamo all’attenzione dei lettori, l’autore ne compie un’analisi a tutto campo, spiegandoci come esso sostanzialmente si manifesti quando un popolo non si sente rappresentato. A seconda dei casi, malattia infantile o senile della democrazia, che colpisce, rispettivamente, quando i tempi della politica non sono ancora maturi ovvero quando sembrano essere finiti. Ciò che accade ora qui da noi, ma non solo da noi, come dimostrano, per citare i casi più eclatanti, l’ascesa di Donald Trump negli Stati Uniti e il successo di Marine Le Pen in Francia.

Nell’indagare il fenomeno, Revelli mostra di considerarlo come l’effetto del combinato disposto della dissoluzione dei partiti tradizionali, della trasformazione antropologica delle masse da produttori-consumatori a consumatori-consumati e della mutazione culturale delle élite politiche per l’emergere di un loro spirito gregario verso “l’alto” e, insieme, verso “il basso”.

Esaminati singolarmente, i populismi più significativi e rilevanti (l’americano, l’inglese e il francese), per poi passare a trattare del caso italiano, l’autore individua tre fattori comuni a ogni populismo: innanzitutto, la centralità assorbente che in essi assume il riferimento al popolo, nella sua incontaminata purezza originaria, che viene contrapposto, secondo una logica “alto-basso”, da un lato, alle élite usurpatrici e, dall’altro, agli immigrati; in secondo luogo, il riferimento, diretto o indiretto, all’idea di tradimento, che fonda il conflitto anche in termini etici, come contrapposizione tra onesti e corrotti; da ultimo, il rinvio all’immagine del rovesciamento, ossia della cacciata dell’oligarchia usurpatrice mediante la restaurazione della sovranità popolare, da riconquistare grazie all’azione di leader in grado di fare “il bene del popolo”. Ciò che spiega perché i populismi assumano un linguaggio e uno stile “rivoluzionario” e chiarisce, nel contempo, le ragioni per cui il populismo, per attecchire e crescere, necessiti di una congiuntura particolare, segnata da linee di crisi profonda dell’assetto consolidato.

Ampio spazio è dedicato, infine, all’analisi, come sempre puntuale e acuta, dei “tre populismi italiani”: il telepopulismo berlusconiano, il cyberpopulismo grillino e il populismo dall’alto di Matteo Renzi. Più di un ventennio di populismi, un record per la durata e la molteplicità delle forme. Ma per Revelli non un fatto stupefacente, se ci si avventura, come ci invita a fare, a scavare al di sotto della superficie istituzionale, dove scopriamo la crescita esponenziale delle diseguaglianze che ha connotato tutto l’Occidente globalizzato in quest’ultimo ventennio, determinando una “sconfitta storica” delle forze politiche e sociali, che nel Novecento si erano assunte la guida e la rappresentanza del lavoro.

Al momento, sottolinea l’autore, purtroppo “non si trova nessun protagonista politico, nessun candidato alla rappresentanza di questi perdenti della new economy, in grado di proporsi, credibilmente, come strumento di una battaglia egualitaria”, da attuare attraverso “politiche tendenzialmente redistributive, servizi sociali accessibili, un sistema sanitario non massacrato, una dinamica salariale meno punitiva, politiche meno chiuse nel dogma dell’austerità… Quello che un tempo si chiamava «riformismo» e che oggi appare «rivoluzionario» …

Parole amare, ma che è difficile non condividere.

Resta il fatto che questa di Revelli è finora la spiegazione più approfondita e convincente di un fenomeno col quale rischiamo di convivere ancora per un bel pezzo.

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